Ogni viaggio si ricrea nel modo in cui pensi le cose. Tutto sarebbe diverso se non lo avessi fatto. Viaggia! Dentro e fuori di te.
08/01/16
Le cose.
Mentre il rollio del tamburo del trascorso echeggia ancora ed ossessivo il suo suono si diffonde, prendo a doppie mani i miei abiti di un tempo e li rivesto, deciso a ripristinare cose da troppo tempo assenti in me e responsabilmente, quasi colpevolmente, allontanate fino ad ignorarle per cospargermi di idee e convincermi che non le avessi più. Non esistono carati per misurarne il grado di purezza. Esse blindate in uno scrigno polveroso si riaccendono quasi fossero vive e dinamiche esse stesse.
Convenevoli ed attenzioni fugaci non trovano spazio, e' pura essenza ed assoluta risoluta intensità. Volgo lo sguardo al destino forte del mio vissuto, dove in un angolo sono riposti maceri momenti ed opachi scenari che quasi persi adesso riaffiorano e mi suscitano turbe emotive come se li stessi rivivendo mentre l' inchiostro corre sulla carta.
Mi tuffo dentro la mia verità più profonda, navigandone le ragionevoli insicurezze e scandagliando i tetri fondali. In un' apnea emotiva mi fermo ad ascoltare le correnti, e per un tratto ho la sensazione di avere tutto il peso di quel mare sopra le mie spalle, ma poi da una cavità più piccola e nascosta, con delle piccole bolle che salgono verso la superficie, posso scorgere un passaggio che dai celati sistemi mostra il complesso intricato sentiero che porta alle ovvietà. Accetto continuamente quella sfida, e d' un tratto, quel peso sulle spalle si fa più lieve perché condiviso. Non ho più la necessità di scavare da solo, di esplorare cercando risposte, mi scrollo di dosso il peso di una responsabilità collettiva, il senso di frustrazione svanisce perché il limite della comprensione e' oramai giunto. E' proprio quella la nota che timbra il varco diretto alla reale ricerca, a quel confronto fra me e me stesso scevro da qualsiasi fondamento preconcetto, in un piccolo anfratto del fondale dove non ha più senso nemmeno preoccuparsi di essere capiti.
Ed ancora quel tamburo, la cui intensità ed il cui suono aumenta, subacqueo, come un diapason disperde le sue onde dentro questo liquido che adesso mi delimita. Danza l' acqua, e l' elemento che comprime il mio confine ora lo ascolto e nitida si fa la scena, mentre un ondulato inciampo fra i coralli taglienti e i fallimenti, ferisce le mie mani diffondendo e mescolando quel mio sangue all' accogliente mare.
Pori e vernici cosparse che impediscono di respirare. Mali affari ed incubi laceri fra le vesti di un tessuto umido che appesantisce. In tutto, delle frenesie di un' indole che vuole e cerca la scoperta fra le righe di un lessico elegante e falsamente ingenuo. Tremule noiose frasi fra gli alberghi di una scena amara, dove affacciano complete delusioni e mistiche incongruenze fra i comportamenti e le semplici decisioni. In tutto ciò le stelle, e quell' avido panorama di bellezza che si offre a chi ne resta offeso. Come tanti candidi granelli di sabbia cosparsi fra lagune nere, riflettono, ridondando ed affogandone il rullio nel suo stesso tamburo. Come sciami di insetti sospesi ed immobili, quasi una fotografia di quell' istante in cui per i miei occhi quel tutto diviene importante se non fondamentale, preesistente.
E' una splendida testimonianza di un soffitto infinito fra le varie sagome di una bellezza celata. Affiorano per poi allontanarsi via nel cosmo come fossero tante promesse di una quiete ambita. Gocciolano come pioggia e talune volte illuminano come fossero dannate nuove idee. Bontà sua, il tamburo, in quell' esatto istante smette di rullare, e in quell' esatto istante mi convinco che ho già tutto in quelle fondamenta che somigliano ad altre, nuove cose.
Roberto De Sanctis - All Rights Reserved
03/01/16
Bolle.
Se chiudo gli occhi sono lì di nuovo. In tutto quel rumore e quella gente, cibandomi di liquidi e di suoni fra le facce accese di quel largo inquieto vivere partecipando al fumo. E tremolii e altri fremiti che corrono, riflettendo fra le schiume asciutte di una sensazione ormai lontana, si aggrappa a quella bolla che ora esplode sommergendomi di acqua gassata. Mi getta sul terreno e fradicio comincio a ridere di quel che accade, mentre quel nuovo brivido mi avvolge su di un pavimento frizzante che si va placando.
Aspartame e surrogati di dolcezza vi diffondono racconti e contenuti, che da assenti e muti affiorano come germogli in una prateria di nulla e di abbandono. Veloci eliche tagliano il vento per recidere finanche l' ultimo dei miei solleciti di nuove regole dettate. Ingenuamente lascio al fato il compito di disporre tutti i rettangoli ed i cerchi delle mie vicissitudini non governandone nemmeno il muto alito che si diffonde da quell' esile punta di gomma che continua a volteggiare.
Come le rondini annunciano il clima che cambia così un mulino raccoglie e fa tuffare la stessa acqua nello stesso identico ruscello. Condire il clima con la nuova voglia può essere davvero un aspetto nuovo per esplorare, un vertice o un' ellisse dentro alla quale raccogliere altra linfa per avvolgerci gli intenti e ragionare del trascorso con una limpida attenzione che non bagni nuovamente. Bilancia effimera di ciò che e' andato via rimane sul livello del ruscello che attraversa, mentre un camino acceso scalda e tutto il fumo che era dentro manda via dal suo comignolo di ceneri e di pece.
Lastre di ardesia lucida quasi rissose si sovrappongono a quell' altra pietra umida che e' lunga quarant' anni. Zoccoli fradici lasciati all' esterno servono a calpestare le foglie secche che prima l' acqua e poi la neve macerano sul pavimento del terreno. Ovvietà e le ratio rigorose corrono altrove per dedicarsi a quella parte di novità esplorata quando la neve scioglie. Tutto resta lì come se fosse altra pietra e massi di frane antiche sullo sfondo ci ricordano che tutto quel che e' andato in realtà osserva, come se il filo lungo delle nostre giornate fosse un ciondolo che attraversa una liscia catena lucente, come se una traiettoria a spiale riavvolgesse il canto di una ugola dolce riconvertendo l' aspartame in esplosioni di fiocchi di zucchero che dall' Eridano si dissolvono in coltri di nebbia fitta lungo le piane di una piatta zona lacustre.
Piombo sulla schiena e dei fardelli nuovi pronti a sovraccaricare questa grave soma. Impervie salite arrampicate con delle scarpe di panno avvolto a delle corde. La terra che come polvere si attacca alla gola ed impedisce di respirare senza cacciare dell' altro calore che fiata via. Brusii lontani e tutta quella gente e quei rumori si distaccano da quel che adesso vivo a me. Quei suoni come corde di arpa pizzicate mi abbandonano lasciandomi il ricordo di quello che fu in un eco anch' esso andato via. Rimane di me una sagoma stanca che si raccoglie fra le lacere virtù di un altro senno e quelle palpebre socchiuse che ora vogliono dimenticare per ritrovarsi fra i nuovi impeti di una cascata che ci avvolge in una bolla, quella bolla, che resta li a proteggerci di acqua gassata. Bolle.
Roberto De Sanctis - All Rights Reserved
02/01/16
Verità celata.
Castelli di conchiglie e ciondoli per delle torri resistenti avvolgono i pensieri di un regnante chiuso dentro il tempo. Istanti blindati da abili maniscalchi e legnami misti a spesso cristallo sono grandi come ponti levatoi, e separano da quel ruscello infido che nella parte sottostante melmoso e quasi finto, affiora. Crepitii di strane cortecce di tanto in tanto spezzano quella clessidra immobile, ed e' senza sabbia che si vede attraversare la sottile porta. Dentro la fessura cade pioggia come lacrime scivolate via da un banale suono di flauto che commuove.
Un tonfo unico, nel lento incedere di una marcia di ferraglie ed individui. L' albero della vita cede sotto il passo della finta evoluzione fino a fare regredire la colonna intera ed a fermarsi per preparare il bivacco e per la notte. Violato l' immenso, tace fino a quelle grotte umide dove le anime tramandano dalla coscienza epidermiche sensazioni da elaborare. Esse, finemente costruite sotto quella fitta selva di pensieri confusi, sono lì che ci raccontano la finzione trovata nell' ignavo e la menzogna di taluni sguardi. E' tutto dentro l' alveo di purea che così fragile dissolve e che si asciuga per assomigliare quanto più possibile a qualcosa che non e'.
Ceneri e lapidi, come il suo palcoscenico ha la sua fila di commedianti e accoglie la recitazione di maschere silenti, così la fitta boscaglia ciondola gli aghi della selva per avvolgere fra se ed il resto quei torrioni edificati sulla riflessione, dove il padrone del fittizio inconosciuto regno si dilata fra le fronde e una promessa di tutto ciò che e' stato e che dovrà venire.
Qual rumore ha il vento? Quale suono mentre affronta e offende i suoi possedimenti. L' ovvio che si scontra con la coda di quell' esistenza, che s' anche rimanesse sola canterebbe come ninfa in uno stagno.
"Avvolgimi allora", sembra dire irriverente, "a quel calore fatuo che io credo di provare. E brucia! Ardi quanto di me rimane nella parte oscura, celata dentro quelle anemoni di tela trasparente."
E sciami di luci, e rossore dei vespri, spirali di concentriche chimere adesso cantano il vento. E la dolce danza di una brezza fa scemare finzioni accademiche e rigorose espressioni cangianti sulla base di ciò che si conviene. Tutto si sgretola al cospetto di quell' alito sublime, sfumature di colore rappresentano e lo vedono passare sulle sagome quasi le definisse accarezzandole.
Osservo, mentre dalla parete le conchiglie luccicano insieme, ed il rumore delle fronde al suo passaggio si unisce in un concerto fino a coglierne quel frutto puro che e' il rinnovo. La casta del regnante si fregia di un titolo che in realtà appartiene alla tutta la Natura delle cose. Come coleotteri e calabroni adesso tutti i frutti del male vanno disseminandosi sul terreno. Appaiono schiacciati, caduti e putrefatti, mentre il re rimane fermo. Credendo di vedere in realtà scruta, quasi spia, mentre un fumo denso di foschia appare, come se cenere regredisse fuoco per diventare legno umido da far asciugare.
Scintille e madida corteccia, ancora quella nebbia che come bruma lo impedisce a un mutilato panorama, e che racconta un sogno dentro un incubo che adesso può lasciare andare via. Sapide infezioni trasudano dalla parete di conchiglia, arde il camino nell' ala della frenesia delle menzogne, scivola via quell' ultima parte di intelletto che affiorava e quel che resta e' puro istinto dentro un' anima feroce di vogliosa verità e stancamente provata dall' osceno tentativo del falso e di quel nulla sapientemente costruito.
"Accade", pensa. "Ma come accade si può fare andare via". Il vero nutrimento per la vita e' quell' impulso primordiale che avvertiamo nelle scosse emotive che ci provoca la visione dell' effettivo "vero". In quel vero noi ci riconosciamo, e solo in quei rapidi momenti la completezza giunge a prenderci per non parlarci d' altro. Istanti come volumi, plasma che scorre più veloce, e percezioni nitide, poi tutto torna a quella nebbia avvolta alla foresta ed a quel povero regnante che non sa che non e' il tutto a appartenere a lui, ma viceversa.
Roberto De Sanctis - All Rights Reserved
15/12/15
La precessione degli equinozi. In me.
Milioni di scintille brillano sotto le palpebre, dipingono figure geometriche che si allontanano e mi raccontano di un nuovo cosmo dentro il quale perdersi come se fosse pece mescolata a marmellata. Aliena rapida contesa sfregia e lacere contuse vesti si abbandonano a quella schiera di quadrati e cerchi che ne esplorano distanze. Ciondolandosi fra quanto e' andato e quanto invece resta a fare mucchio, un monte di ardesia grattugiata sembra mina pronta a scrivere destino, e al tempo stesso pala di sibilla illumina offrendone un percorso valido per una uscita quieta e senza ansimi. Tremori di setacci agiscono per sezionare e far disperdere, mentre al contempo nuove sabbie di colori affiorano, come nelle migliaia di mandala dove monaci si spendono per dare immagine a una corsa verso il raziocinio, e a quella stessa disciplina dalla quale l' uomo spesso corre via adagiandosi sulle fragilità dimenticate come dogmi e contro tutta la sua nuova paura di cercare.
Scoperte come tombe egizie, dove gli indizi oramai vuoti si solfeggiano come una musica che giunge piano dalle cavità di mastabe remote. Mai viste e senza scossa alcuna, a ragionarci per avere nuove traccie di una mappa andata via, col vento sotto nuova sabbia che per nuovo tempo cela, resta nel mistero di piramide a gradoni, come Zoser, il sommo faraone, volle fosse eretta per portarne ricordo alle generazioni che sarebbero venute dopo.
Impianti di coscienza e conoscenze late, pareti illustrate e sagome di semidei con teste di animali e scettri, vivide speranze di tesori ed intuizioni, lasciano lo spazio angusto di un ambiente sotterraneo per elevarsi al cielo come Horus, il Dio falco, ma consegnandone quella scoperta arcaica che di densa polpa e ricamata intima perla ci sofferma sulla fiaccola che adesso ci permette di osservare.
Un Dio che vola via ed officia la morte, e una rinascita volta verso l' eternità. Sali di stelle come cristalli allineati verso il mito, simboli di un vetusto privato piacere di conservare, abbandonando il lacero tessuto della mummia e tutto l' oro coi gioielli. Il vero tempo, la vera ricchezza alberga nel valore donato alla rinascita, ed e' lì che si racchiude il dono. Ed a quel nuovo dato di sapere che ci informa di quanto trascorso ha lasciato più che traccia di cometa.
Sothis, Iside, la Madre. Colei che e' sposa e che e' sorella. Colei che e' donna ed anche stella. Bramosia di un ricordo di umidore che si incontra al Sole, sfere di brillanti esplose nubi come inganni e sciami nuovi di pulviscolo che si diffonde.
E nello stesso cosmo dove mi ero perso anch' io ritrovo finalmente ragione ed inerzia, pensando di sorreggermi sul manto erboso delle stelle e sulla Via che adesso ci si offre fra dilatazioni geometriche affini e magmatiche ellissi sulla volta celeste.
Il faraone resta fermo ad impartire. Non c' e' bisogno che la voce si diffonda, ne che ordine sia consegnato: il grande Imothep già saggia quanto del creato non ha ancora appreso, e nuovamente studia. Cardini e piombi, distanze e matematiche ricorrenze. I calcoli del più esperto di sempre nulla possono se non nel riscoprirsi schiavo di fonetiche resistenze verso il cielo e di ritorni dentro vani sotterranei che svuotare vuole dire anche disperdere.
Ed e' allora che ricordo i moti cui siamo soggetti. Ed e' allora che la precessione degli equinozi e la nutazione riaffiorano come ricordi ancestrali sotto le palpebre di un' agitata fase R.E.M.
In quell' esatto istante incontro Imothep ed osservo Zoser, il faraone, mentre il soffitto si agita furioso, come fosse un terremoto cui tutto, tranne il mio mondo, ora appartiene.
Trascorre in pochi attimi la storia del destino della Terra, potendo rimirare in queste scosse il corso delle cose che e' descritto nella geometria dipinta nelle stelle. La volta del cielo appare lì, come l' ellittica, dentro una nuova stanza di profondità che non riesco a misurare. Horus il falco torna a cospargere il terreno delle spoglie di Osiride, così come la luce dentro gli occhi apprezza e nello stesso istante spezza questo mio faldone di istanti vissuti al fianco delle più grandi entità del tempo andato.
Tefnut, Nut, Amon Ra. Li ho visti in pochi istanti succedere alle stelle e diventare al tempo stesso immensi mondi dentro gli individui che al confine dipingevano la completa totalità. Dei e semidei, faraoni o semplici architetti costruttori di infinite informazioni e conoscenze. Avidi di loro stessi, e sensibili percezioni di un tempo che si insegue per poi tornare ad essere il solito trascorso nel presente che noi attraversiamo. Vesti di un passato anomalo dove quel buco nero che attraversa il tempo ci possiede e ci consegna ad una nuova possibilità di vita inconosciuta. 13000 anni per una stella polare, gli altri 13000 ad aspettarla ancora, e in tutto questo un cielo che si ripete, notte e giorno, stagione dopo stagione, ad intervalli regolari come se tutto fosse stato sempre uguale e come se nulla fosse giunto poi da quando tutto avvenne..
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09/12/15
Cordoglio.
Abilità intrinseca racchiusa dentro un ego semisordo e' l' amore. Non ne vuol sentire, e adopera sapientemente le sinapsi per produrre nebula che non ascolti o che non veda, se non all' infuori di quanto prodotto sulle lame di un' aspettativa destinata ad essere comprata a poco prezzo dalla delusione. Pareti di ovvietà e ricci capricci si aggrovigliano fra il fato e la ragione, curve di atone espressioni musicali si concentrano su quelle curve mute, mentre istinti e possibilità si mescolano dentro quell' idea che come sogno giunge a destabilizzare, quando non arrivano a distruggere.
Ripide e salate delusioni bruciano le carni nell' assolvere al primario compito dell' illusione. Cinta attraverso i fendenti di un cilicio colmo di libertà che si rapprende come fosse carne esposta al sole per intere settimane, così le sue pulsioni ed i suoi battiti rifriggono allentandosi al veloce correre del plasma ed avvertendo tutti i tratti di un percorso già denunzia di un malcapitato schiavo delle sue emozioni false.
Come sindone madida riespone, e come cencio immacolato e lacero si oppone, mentre nelle falangi racchiude dolorosa quella sica del suo egocentrico equinozio di pressioni, ed abbandona le mentite spoglie entro maschere di sale e vetro che lo fanno assomigliare ai centomila dentro il doloroso passo sopra il solco della presa di coscienza. Argini, e blanda corrente, assurgere al livello superiore dove tutto e' nulla, ed in quel nulla furibondo grida. Metalliche bollenti verità si lasciano attraversare mentre le sue idee riaffiorano nutrendosi delle sue instancabili meningi il prodotto. Carsiche come porose immagini, riflettono dentro quegli antri bui di cupa mente il suo intero ricordo, fatto di sagome e disegni, di anfratti polverosi e schemi abbandonati e rotti.
Un sigillo tuona come effige e scaglia verso il basso ruvide reazioni, che in pochi istanti disgelano quell' emozione esplosa dentro un viottolo di seta e raso, che come lingua corre lungo il perimetro di quella fiamma che ribolle. Simboli e sensazionali percezioni si diffondono entro le false idee per ridipingere il contesto dentro cavernose intensità latenti. Inerte resta il piano che alla vista continua ad offrirsi, e spento, e immobile, groviglio di schiumose sagome recondite fuoriescono per dilatarsi altrove. Alveari di secolari oscene voluttà come un aliante si sollevano per poi trovarsi nuovamente a perdersi dentro confini immacolati di tessuto candido, che agli occhi di chi osserva appare ancora fregio di un' idea con varie corde a misurare le sue varie pile di desiderosi piani.
Livelli, altro che livelli, come pagine sfogliate e come sangue che pulsa. Sgravano le nebulose essenze per accarezzarne testa e coda in un offrirsi soffice dentro gli opuscoli di un divagante senno. Raccontano di fiere e crimini commessi, di duelli e di scontri fra creature alate, ma anche nel terreno affonda l' unghie, fino a scavare soverchiando il piano di un costrutto intonso che va lacerandosi. Cingoli e mutanti vanità frapposte fra lo scandire di un esatto istante in un granello di clessidra e rovinose capovolte fra le scene di un selvaggio vorticoso anfratto che si placa dentro un' iride di vetro. Somme razionalità si riabbandonano all' oblio di quel disordinato esistere che insegue senza liberare un attimo di lui come si pensa e naufragare dentro l' anima di idee ispessite che come tomo di un buon libro si raccoglie fra le file di carnosi impulsi.
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08/12/15
Elementi: il Fuoco.
Non resta che prendere un altro pezzo di legno e adagiarlo alla brace che sta già bruciando. Lingue di fiamme che esplodono in vari colori accartocciandosi per poi liberarsi come fossero di tessuto, mescolano colori fra il bluastro del cherosene ed il verde sulle parti esterne, per poi andarsi ad espandere ed assottigliarsi in un arancio tendente al nero lucido con sigilli in segmenti di lava che spezza le anime di quel legno che arde.
Ipnotico come un argomento che interessa, mi lega al suo muoversi placido gridando all' oblio, di tanto in tanto percorrendo la strada delle microesplosioni di corteccia che e' raggiunta dalla fiamma, mentre quelle scintille che si propagano tutte intorno vanno, fermandosi sull' opaco confine di quel vetro che le separa.
Sale e silicio esposti al calore dell' anima, aggrumati, trattati per non dilatarsi fino a che il nulla si diffonda ed il calore si raccolga scivolando fra le gambe di un astante. Egli rimane immobile ad assistere a quel desertico sublime esperimento di movenze toniche, dentro una vasca incandescente di braci luminose e rotte.
Energie silenti come sibille danzano avvolgendo quella sagoma di legno fumoso che si espande. Meraviglia di gettoni fusi fra le pietre divenute cristallo già sollevano fra le numerose lingue e l' odore acre, avvicendandosi alla danza e al comandare quel disordinato incanto dentro il vortice di fuoco che avviluppa.
Crepitii e rotture dentro, come una schiena con le vertebre esplose, fuoriesce lava scivolando via fra le emozioni e il razionale impeto. Da un calore intenso dentro il limite che e' la distanza da quel fuoco acceso. Sapida masticazione e labbra secche bramano la voglia antica di appartenere a quella fiamma, diffondendo fino a che spazio ne colga il fuoco mistico, che come liquida vernice abbraccia superfici esposte fra colate ed essiccati argini.
Gravida di viva luce e di sostegno assale, volgendosi all' intensità che dentro il tempo fu dimenticata. Muta osserva dentro il tattile esperimento di assaggiare calda fiamma, come per rendere in un momento solo, eternità di docili ingessate fiamme, al cospetto di quell' individuo e i suoi pensieri, mentre monta in una nuova idea di libera assonnata quiete, ricacciandosi dentro la scena di una brace oramai cotta, che da cenere diviene unica ingegnosa strada.
Attraversa, e come perle si dissemina fra strati di cute e sconosciuti schemi. Indaco e colori tenui vanno mescolandosi ad un nuovo tipo di colore acceso come se l' inchiostro a propria volta scivolasse dentro fogli concavi, diradandosi in un vertice accartocciato per destare tela nuova verso l' asciutto di una scena ricordata solo allora e mai più vissuta nei momenti che ci son caduti dentro da quell' unico momento in poi.
Geometrie assalite e traiettorie di calore che si liberano intorno, miste al solo incanto di un colore intenso dentro il buio del legname che si asciuga, fra quell' umido di pioggia giace fino al fondo di una nuova scia di luminose fiamme che son pronte ad avvolgere di nuovo in un riflesso che come specchio ci racconta di un presente appena visto e poi già andato via.
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03/12/15
Il viaggio di un' idea dentro un istante.
Le idee prive di scheletro non si sorreggono da sole. Esse, senza supporto, si appiattiscono su loro stesse per poi dilatarsi sul terreno e precipitare in basso, in attesa che qualcuno le raccolga per rielaborarle e tirarle su di nuovo. E' così che, in assenza di un essenziale sostegno, esse si disperdono come parole dette o come tanti dei momenti andati via. Sfuggenti, mentre una foto sigillava. Ma in quell' istante esatto il flash che non funziona, invece di disperdere o dilapidare, impianta in altri alcuni dei pensieri, costruendoli sulle macerie dei pensieri propri. Una feroce mano di vernice oscura il senso di un' idea che ai più sembrava folle e che accarezza, asciugandosi nel tempo che attraversa come un' arida escrescenza di polveri essiccate e messe lì di lato. E in tante piccole esplosioni dei colori si rimescolano a ridonare intensità disperse a quella trama. Come fili da un gomitolo di cui si nota il principio, così le essenze di un tessuto sottile giungono tese e come corde pizzicate producono il canto dell' aria, e quasi come fosse il vento in una gola di sforzati echi.
Bagliori illuminano vani chiusi e cupe steli restano in quegli attimi di luce sopite garantendo nuova eternità dentro un istante di chi le sta osservando.
Nuove idee che si sollevano adagiandosi al costrutto, che come nuove ossa si compongono a protrarre quella voglia di pensare differente dentro un clima di sorniona levigata noia. Racconta di una dea della racchiusa stella, che solleva e che sostiene dentro un acido solerte sguardo di un pensiero nuovo che raggiunge senza mai fuggire via. Come un impianto di traverse e pietre angolari, sta prendendo forma e finalizza quella sagoma che in un disegno agisce e mostra quel suo intero repertorio di nozioni e danze immaginate, vigliaccamente sfiduciando il senso, dentro un vortice di sopito desiderio di pensare andato via. Allontana le crude scelte fatte per assecondare le altrui sostanze, rapendosi dalla sua ritta schiena e chinandosi a quella accolita di esseri che la mente può produrre per avvicinarsi a chi non rassomiglia. Come cristalli di salgemma affondano per poi riflettere e replicare immagini in un infinito, così lo spazio di un' idea resta celato per poi diffondersi come in un' esplosione che deflagra. Ascoltano le musiche stonate e lo stridere del ghiaccio sulla lama, mentre curiosi ciottoli accarezzano quel suo metallo lustrandone quel filo che in quell' attimo si scorge.
Sciami, altro che sciami. Nebulose polveri che si avvicinano per poi riprendere quel che notava. Ruderi e rovine di un destato istante che risveglia nella luce di pressioni minime e flebili costanti battiti.
Sondano il terreno dove il pensiero dilatato e' poi raccolto, e in una gabbia di strutture rigide lo cinge impedendogli andare via. Nuove escrescenze e livide poesie, pennelli madidi ed inchiostro sulla carta che si tinge. Lo vedo mentre scivola e va via per poi finire impresso come fosse immaginato.
Riaffiora, come della clessidra antica il tempo conta, come l' innamorata musa canta, come la voglia stridula che monta, come la mano sfiora e resta attenta.
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