Ogni viaggio si ricrea nel modo in cui pensi le cose. Tutto sarebbe diverso se non lo avessi fatto. Viaggia! Dentro e fuori di te.
14/05/15
Il giocattolo rotto.
La scatola giace a terra ed e' piena di soldati di plastica e macchinine. Ci sono delle confezioni di Lego aperte alla rinfusa e dei pezzi di un puzzle vecchio e fatto mille volte, alcuni dei quali sono scocciati. In mezzo alla sala e' ancora vuoto ma quest' angolo e la sua scatola sono troppo avvenenti per chi vuol giocare e mettere tutto in bella mostra. I palmi delle mani si dirigono in una unica direzione, e la fortuna vuole che fuori da quella scatola di cartone ci sia anche una maniglia di plastica, il che rende ancora più semplice tirarla al centro della sala ed incominciare a rovistare. Carte di supereroi che luccicano, figurine di anni passati che parlano di fate e calciatori. Pezzetti di plastica sfuggiti al montaggio degli ovetti Kinder e fogli accartocciati con disegni di un tempo trascorso.
Scivola via come la scala di una sfilata di moda il novero dei pennarelli e delle matite a colori, mentre un tubetto di Crystal Ball che ancora profuma di tossico mi attrae, ricordandomi di quando ero bambino anch' io, e mi lascio di nuovo rapire da un altro mio tempo.
Rimango a riflettere su come la scelta cromatica possa incidere su un acquisto e ripenso a mio padre e mia madre, e alla collezione di Puffi che ancora deve essere da qualche parte a casa mia.
Vìola i ricordi e strugge, come misura di un battito che trascorre, non ci sono ne Barbie ne Big Jim, ma tutto il resto e' presente, finanche il bambolotto senza braccia che mi mette tristezza. Cerco invano dei carri armati ed ecco saltar fuori "Lungimirante". Si, proprio lui, chi non ricorda il soldatino con le due mani sul binocolo e con tutta la sicurezza nella sua postura a gambe aperte. Lo metto sul pavimento, come monito per gli altri e per me. Lungimirante ha sempre rappresentato la mia terra di confine, il punto dietro il quale nulla poteva più succedere. Appariva ed appare come una zona franca oltre la quale non si può più andare a giocare. E via già gli indiani, e via giù i cowboys, con gli inglesi, i francesi e i tedeschi, ma sempre un passo indietro alla pretoria dei soldati in metallo. Una guerra dietro barricate di lego e morti per finta a terra. Giacciono puffi ed exogini, mentre vaghe forme di bambole rotte e macchine della Burago fanno da trincea che non ho neppure scavato. Sale il mantello dell' eroe verso una sera di battaglia immaginata, fra quei cavalli scossi e che montati, docili e silenti appaiono. Variegata idea del fantasioso viaggio di un bambino accoglie mentre nelle scriteriate pagine estinte di una vita tende a riaffiorare.
Dogmi abbandonati ed istinto che rientra prepotente in un sogno istantaneo mentre si dissolve. Le macchine capovolte simulano una ecatombe di ferraglia. Devo accontentarmi di una pallina di carta che mi consente di far cadere i soldatini ovunque, anche se in altri tempi mi sarei attrezzato con miccette e palline da biliardino. Torno in maniera inquietante a quando i pomeriggi erano ricchi di sermoni e attacchi fatti fra me e me. Dispute e battaglie, contese ed annessioni di nuovi territori, per poi fermarmi un' altra volta lì: a Lungimirante, il soldato oltre il quale tutto finisce. Lui resta fermo, in piedi con le sue gambe divaricate sulla collina di cicciobello, ed osserva come se il campo di battaglia fosse estinto da appena qualche istante. Noncurante e statico rimane mentre gli altri suoi soldati son caduti e delle retrovie più nulla appare. Lego soverchiato nei numeri, carte sparse che luccicano mentre anche qualche guscio di ovetto partecipa al dramma e qualche pezzo di puzzle e' ormai lontano.
Raccolgo le ultime forze per aggregare il tutto e far finta che non sia trascorso un altro pomeriggio da bambino. Accade però che quando tutto e' nuovamente nella scatola, facendo la conta di chi e' giunto e chi invece non c' e' più, mi accorgo che ancora un' altra delusione ora mi insegue: avrei mai immaginato di raccogliere la storia di un' infanzia in un contenitore solo per poi rammaricarmi del giocattolo trovato rotto? Sogni infranti di un bambino nato grande e che e' cresciuto troppo. Ali di un gabbiano e sinonimo di libertà trovata. Ci libera da tutto un' altra volta ancora ma per farci ricomprendere che solo in un momento quella libertà che poi ci eleva in realtà torna di plastica e di nuovo ci divora.
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11/05/15
L' aquila e' a caccia.
Quando un intimo respiro riconosce l' angoscia della fine si eleva fino a sovrastare tutto il resto sconosciuto per far spazio alla fiera livrea dell' essere senza che voglia dire abbandonare quanto da cui si viene.
E' un laccio consumato di una scarpa, srotolato e liso al terreno mentre la suola lo calpesta. I fiati masticati nella polvere si arroventano fra sangue e ricerca di quell' eternità che adesso più si cela.
Appare in una nube di polveri e mediocrità quanto di più puro possa esistere ed in un solo istante si propaga fino a sollevarsi e ingigantire la sua essenza che va via.
Argini abbattuti d' aura e limbo di terreni limiti distrugge e spazza, come vulcani di fervente volontà si erge e mira con fare rapace, fino a scrutarne le più intime paure e nel terrore di un istante rifiutare il basso di una vita vissuta con paura e strazio.
Ali spiegate ed onde di vento sono il carburante di un planare placido sulle meschinità terrene, mentre dall' alto di un volo palese appare lo scenario di una folle strada scelta di solitudine ed assoluta voglia, al contrario del branco di inutili ed inetti, di laide frustrazioni ed impotenze.
E sotto i colpi di una carabina attenta alcune volte sulle vette si ripara, e a tal fastidio ride e si compiace, voltando ancora e rivoltando come per farsi notare in un ambiente che il terreno non le può rubare.
Strani individui melmosi nelle anime la osservano, e già questo suo volo loro li avvelena. Infastiditi da una non capacità l' invidia divora, e quel livore in un sorriso becero che morde i denti si rinchiude.
Oscenità ineleganti al cospetto di un canto libero, branchi di bestie a caccia mentre negli angoli bui di caverne sporche si riparano quando son prede. Alla mercé dei venti e delle nuvole si stagliano fra la boscaglia nella ricerca di un riparo che li nasconda, almeno per un pò, dal loro squallido destino.
Eppure lo squillo di una campana sorda ha già suonato, richiamandoli all' ora della morte e del termine di tutto. In una folle corsa dimenano e scartano come cavalli scossi, ma canidi o qualcosa di vicino, se isolati ammansiscono e senza la forza del gruppo sono niente.
Perdere l' orientamento e bracciati da chi dall' alto li osserva, un' ala spezzata talvolta limita ma non sarà un fuscello od un ammasso di sterpaglia ad impedire ciò che deve essere fatto.
Paura, il volto della paura si disegna. Quell' aspetto sicuro ed oltraggioso lascia spazio ad un' espressione sgomenta, incapace di analizzare e senza freddo calcolo e che rimane vuota e piatta.
Sarà il potere del lupo che attaccava e non attacca più, sarà la forza del branco che c' era e adesso non c' e' più. Essere degni e puri e' altra cosa, tant' e' che mentre fra lo sterco delle stesse bestie ed il guano dei pipistrelli la tana esplode di maleodorante puzzo e dentro a quella tua realtà si cerca cibo e acqua da bere, il cielo da la pioggia e da la neve.
Rimirano le stelle a cui talune volte canta, osservano dall' alto la mediocre bestia e la fugace zampa. E' un' aquila imperiosa che ora arriva e caccia, artiglio ghermisce, mentre col becco spezza la sua faccia. Fra latrati e guaiti il carnefice che si trasforma, perde la sua propria sicurezza e lentamente affonda. L' aquila per qualche istante e' scesa a terra, e più la lascia andare: e' preda sua.
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10/05/15
Quando manca il fiato.
A piedi nudi sulla sabbia, e con il sole in fronte che come fuoco ci socchiude gli occhi. Varcare e' scalare ed una porta ancora da scoprire già si dissolve dal madido sguardo come fosse un' oasi. Miraggi di un concreto lontano, dove magnetismo salta e febbri improvvise avvolgono per far bruciare e rendere la bocca asciutta. Fragorose urla si diffondono accasciati al suolo su di un nuovo monte che si affaccia. Un' altra cascata di sabbia riflette quello specchio in uno specchio nuovo mentre gli occhi ormai vitrei sembrano mescolarsi alle idee confuse di quell' oasi apparsa per caso.
Costretti ad asciugare la fronte con l' ultimo lembo di tessuto rimasto asciutto strofino bruciando gli occhi al sale ed il sale all' ultimo liquido che sgorga dalle mie pupille che non sia sudore.
Esattamente come quella lacrima e' il respiro. Lo sento ansimare come se si protraesse verso l' esterno da me, poi guardo gli altri e noto che per loro e' lo stesso. Come un' aura nuova che si divide, come il fumo del calore si diffonde, dal corpo espelle solitudine per ritrovarsi annebbiati insieme. Perso l' Oriente, persa la lucidità. Andata via la forza riconosco adesso esattamente la sagoma delle ginocchia, e chinando il capo per fuggire qualche istante da quel sole che mi scoppia, mi accorgo della pressione esercitata su quel monte e in un momento osservo una lucertola correre via per poi trovare del ristoro in una buca scavata sotto sabbia. Invano all' orizzonte cerco alberi, e quell' oasi persa non si lascia ritrovare. Dalla borraccia scivola via quel brodo caldo che un tempo mi sembrava fosse acqua, e un' altra volta la mia mano che attraversa col tessuto dentro il palmo la mia fronte per detergere i capelli di sudore. L' occhio osserva ed un attimo prima di rialzarmi punta il sole. Gli altri come me sono oramai claudicanti e stan sfinendo sotto i colpi di quei gradi che bruciano le pelli. Via! Ripartendo fino ad una nuova rampa di sabbia che si dilata ad ogni passo. Corre la lancetta della vita e tracce di passaggi rettili ci innervosiscono. Non siamo bestie pronte a resistere a lungo in quegli ambienti estremi, ed il sollievo di una notte che arriva si può facilmente trasformare in un oblio di specie di animali cui possiamo fare da preda prelibata. Ad uccidere non e' solo un predatore ma spesso una puntura di un insetto, quando lo shock anafilattico non ci possiede per il morso di un serpente che ci dilania dentro terribili agonie. Nessuna roccia e tutta sabbia per clessidre. Una vasca immensa che raccoglie il tempo di tutti e lo spazio di tutti i tempi. Mentre vomito calore e cuocio lentamente il bordo di un crinale di una duna cede e rotolo evanescente verso l' altra ala di quel sabbioso monte.
Come scivolando ingoio sabbia e allora gli altri credendomi svenuto mi raggiungono con un ennesima spinta di inerzia fisica per cercare di accudire un loro compagno. Non sono morto, ma credo ci manchi poco e in quell' istante il circolo che vedo intorno mi copre il sole e per qualche istante mi da sollievo. Le fessure dei miei occhi sono oramai due linee con uno specchio all' interno, che ad ogni tentativo di dilatare le ciglia si serra dietro ombre e luminose cupe nubi. Sono invisibile in un sol punto, svengo e non ricordo più quello che accade, e in una storia simile al buon fine di una scena all' epilogo credo di abbandonarmi ad una leggerezza ignota. Sospeso sopra le teste dei miei compagni come un drone osservo loro e me sdraiato ancora, ma e' come se non mi interessasse, e da quella clessidra inghiottito io mi accorgo che per me e' finito il tempo. Sciolgo così le riserve e più non sento il calore, nulla può più mordere o divorare e il solo elemento che distingue chi va via da chi rimane ancora e' quanto messo in mezzo fra il primo vagito e l' ultimo respiro, poco importa se il calore o il ghiaccio lo accompagnano nell' istante in cui saluta.
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07/05/15
Jungla.
La strategia di un gambero per la difesa insegna, come il suo camminare indietro. Quasi come fosse un voltarsi ad osservare le esperienze andate e a ricordarne ciò che hanno lasciato. Sott' acqua, sono immersi nel loro elemento, e comunque restano terrorizzati da quegli ampi spazi di sabbia libera dove possono ridursi a prede per i loro predatori. Poco importa se quella sabbia mossa per qualche istante cela. I gamberi, consapevolmente, regrediscono alle loro tane come fossero alcove dalle quali osservare ciò che accade. Ed una volta salvi nelle loro piccole membrane arriva il riposo, la dove come da un balcone affacciato le correnti muovono senza intaccare, e lo scenario evolve in uno sguardo di marea. Risacche di pulviscoli e di pesci a caccia fra le rocce. Ben attenti a non rendersi visibili, mentre altri inciampano e scoperti son mangiati. Eserciti di bestie acquatiche alla ricerca di un buon pasto migrano e perlustrano la crosta al primo movimento buono. Cacciano e serrano quelle spaventose bocche fameliche rigonfie d' acqua e divaricate fino ad accogliere l' oggetto della loro bramosia. E allora chiusi, sperando che si faccia il minor rumore possibile. Avvolti da quella madre che difende anche dalla corrente, e dalle irregolari spunte anfratti crea. Edifici di vegetazione dondolante, accompagnata dalla forza della musica dissolta dalle onde, con quel rumore di frittura arso fra le colonne di liquido e di aurora. Immagini di tendaggi d' acqua come sete e rasi, fra questi temi liquidi di pesci e nuove coralline, fra stelle anche laggiù e qualche altra cosa, un piccolo crostaceo va celato ai più per prendere qualcosa. Regressione intesa come suo ritorno, camminamenti anomali che servono a distogliere, fugaci apparizioni per nutrirsi e poi di nuovo giù fra pietra e altri nuovi coralli irregolari. Sagome terribili si affacciano mentre le loro ombre già spaventano. Mante e razze si mescolano a nuovo pesce giunto, e come aquile cavalcano quel vento di marea che sembra sostenerle.
L' anima dice, l' anima consiglia, l' anima tace. Qualche passo indietro anche per me. Il mio fondale sono le mie strade, il tempo che trascorre e' la marea. Barriere coralline con piani ed ascensori si distribuiscono fra quelle rocce piene di colline e di affacciate ai monti. La manta passa anche per me, e ci sono anche le razze pronte a pungere col loro veleno. Ed in silenzio osservo ed accuratamente schivo. La leggiadria unica di un predatore che accarezza, il suo tranello che educatamente ti divora, e quell' aspetto docile di un lupo che devasta e che dilania. Crepitii di nuvole ed ombre degli squali, bivaccano in attesa e con tranquillità si scuotono di dosso delle remore che si accontentano fin anche delle briciole. Capovolti e sordi, immobili e decisi, i gamberi riaffiorano per poi sparire, cullano un istante qell' idea di caccia per nutrirsi appena e ritornare ad essere soltanto spettatori. Tende come scie di polveri e di pollini, accarezzo e stringo fra le mani i polpastrelli accertandomi che nulla mi resti fra le dita. Alberi al vento come la vegetazione alla marea, mi avviluppo in un vortice di foglie e schiuma d' onde come se torpedine si rotolasse a terra sul fondale buio perforando spazio e tempo e ritrovandosi nella sua nuova scia di quadro che e' dipinto.
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06/05/15
Montecitorio e' sulla Tangenziale Est.
E sei aggressivo se quella vasca di ghisa trascinata sull' asfalto ti infastidisce perché la vedi come una violenza che ti fanno e contro cui puoi nulla. E' trascinata via stridendo e quel rumore ti rimbomba dentro al cuore edificato dal rispetto. Ripeti che non e' possibile, ma poi assisti inerme perché chi lo dovrebbe impedire in realtà lo tollera e forse anche lo usa. Li vedi girovagare con quelle facce da ebeti lagnosi a chiedere elemosina, ma girato l' angolo quel cellulare squilla e quell' atteggiamento remissivo va perdendosi lasciando spazio ad un ghigno nuovo che sa di professione organizzata. Quel palmo concavo e tutto quel pietismo, coi piedi lerci e coi cappotti a Maggio. Pronti alla minima disattenzione per sfruttare quell' istante e ricoprirsi di infamia al cospetto del danneggiato che lavora e che guadagna. Egli ancora non lo sa ma prepotenti le sue mani ed i suoi occhi hanno puntato. Il sipario di quell' atto e il tema si somigliano, forse una fermata della metropolitana o una biglietteria, probabile sia un autobus o fuori la stazione.
Drappi colorati e una cultura, mi vien detto, però il cultore ruba e non andrebbe fatto. Carrelli gonfi di ferraglia ed immondizia all' insegna del riciclo, attraversano come una spesa al fine settimana. Tornando a casa questa notte il terribile puzzo della tangenziale avvolgeva la mia auto e le narici si serravano escludendo quell' orribile olezzo clandestino. Ascolto, guardo e sento io come non fa chi poi dovrebbe. Delinquere e rubare ormai si tollera come se fosse nulla, ma l' arma del disprezzo e' quanto oggi ci resta, con buona pace di chi vuol dirci ancora della fiaba del razzismo. Se questa gente andasse a scuola invece di prendere un sussidio e lasciar stare, se questi genitori chiedessero un aiuto invece di rubare, chi sognerebbe di cercare la distanza dentro la diversità. Per un confronto sterile e impotente assisto, fra qualche voce ed una nuova tavola di ghisa, al silenzioso e complice lassismo di uno Stato giunto ormai alla spiaggia di deriva.
"Ordini e carrozze, ci si inventi...", e in questo circo polveri di nebbia e mani leste vi si intrufolino spesso, per raccattare ed acconciare tutto dietro al palco, fra trapezisti e mangiafuoco, elefanti, belve atroci e clowns depressi.
Oggi e' questo il riflesso di una Nazione che fu. Esso consente il triste primato dell' oblio e dei fannulloni, ma l' unico rapporto che può restare in piedi e' fra un uomo e la sua terra. Niente sipario ne sontuosi palcoscenici. Non c' e' biglietteria perché non c' e' spettacolo da offrire, solo una zappa, una vanga e un pò di semi, col sole, la pioggia e la pazienza, sperando che nessuno poi rovini. Calci in culo e schiena bassa sul terreno, chinato per raccogliere del suo lavoro i frutti. Non ruba ad altri ne cerca cose altrove, ma può mangiare senza ricadere ancora nell' errore di riabbandonare ciò che e'. E allora andranno via, soltanto allora oltre il confine tornerà la dignità di un uomo che vuol fare. Quei carrozzoni non avran più nulla ormai che possono rubare. Quelle macchie di donne inoperose dalle ampie gonne e mani più veloci ancora, si ridirigeranno verso il luogo dalle quali sono giunte e torneranno a conoscere del mondo varie parti senza essere stanziali.
In quel momento esatto riavrò me, riappropriandomi del tutto di una scelta e di un bel quadro: casa mia. D' un tratto spariranno queste croste che stridono all' asfalto vasche e tavole di ghisa. Scomparsi quei carrelli gonfi di cianfrusaglie e suppellettili accatastate, tornerà quel vecchio bel giardino. Solo a quel punto chi dovrebbe controllare avrà la mano educata di evitare che il fondo pastello di un bel quadro chiamato mia Nazione si possa danneggiare un' altra volta. Con tutti quei ladri clandestini che in politica riflettono per mesi, recitandoci ciò che non va fatto e riuscendo esattamente a fare in modo che sia quella unica via di quanto possano proporre. Se non e' questo "Italia" cosa c' e' che io non ho compreso ancora? Attendo, fino al tempo in cui per questa gente non ci sarà più nemmeno un voto, già vedo la parete che sorregge zappa e vanga, già vedo quelle sacche di sementi e quelle facce un pò svogliate.
E tutto perché anche la pazienza più feroce può sciogliere la plastica che avvolge le matasse di rame sulla Tangenziale Est...
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Interiore: Friuli
Mentre arrivano le montagne sotto l' incedere del mio piede penso a quella neve in Carnia e alla destinazione che si avvicina. La vettura schizza via come un lampo sull' A4, e quell' asfalto sotto le sue gomme assomiglia ad un mare plumbeo da cavalcare come se una nave lo tagliasse. Stringo di tanto in tanto il volante per capire se l' automobile mi risponde e come un timone poi lo accarezzo lievemente aggiustando una traiettoria che dolcissima devia quasi cullandoci verso la nostra meta.
Udìn. Ci siamo, quella e' la nostra uscita, e allora inizio a rallentare, rallentando in realtà me e godendo di quel che troverò di pace e di tranquillità, sapendo di lasciare indietro tutto il resto. Un bicchiere di buon vino farà il resto, addolcendomi ancor di più, ove possibile, la compagnia, e attraversando me stesso e le mie riflessioni dentro un "taglio" pregno di conversazioni interessanti.
Parlo spesso di comprimere i momenti fino al punto di concatenare quelli interessanti e buttar via le strade perse e i rudimenti. Eccola una vera concentrazione di interesse, una vera esplosione di attenzioni e premure sormontate da un insolito garbo e da una silenziosa partecipazione al simposio.
Elettrica educazione e sintonia raccolgono seduti a un tavolo in terra di confine più persone. Gongolo e rifletto pensando al niente di quelle giornate andate via fra costruzioni fragili e cedimenti, mentre una straordinaria solidità che adesso giunge mi rincuora e porta in me quelle persone schive e diffidenti che si sciolgono pian piano nelle nostre chiacchiere.
Fruscii di confine levigato dalle sue storie il Friuli, alito di un vento freddo che dai Balcani ha spinto molte volte e spesso anche tradito. Ma il ceffone della Venezia Giulia ha sempre risposto dopo aver incassato, ed osservando queste genti se ne comprende il motivo. A modo come e' a modo questa Terra, la mite pacatezza assorbe spesso anche chi l' arriva, ma guai ad infastidire questo tratto incantevole di nostra Italia, risponde feroce ruggendo come il leone e scuote, per poi placarsi in qualche istante e ritornare placido e sereno.
Strano viaggio interiore il Friul. Ti appartiene dal momento in cui ci sei non concedendosi mai per timidezza, attento a tutto quanto e al minimo dettaglio coccola senza mostrarsi o far sapere. Un occhio vigile e materno sui miei giorni e sulla voglia di tornare, apprezzando al più soltanto quei momenti fermi dove le mie idee confondono fino ad ascoltare quel terreno.
E' una eco di confidenze ed un salto di periodo sul trascorso a quello che sarà, volgendosi signorilmente al passato in termini di consapevolezza e raccogliendosi fino a guardare in fondo a quella nuova storia chiamata domani.
Indomito e silente Friuli, fatto di scorza dura e educazione, mi hai raccontato tanto ma non abbastanza da saperti bene come io vorrei, e a tal proposito racconto in queste righe non soltanto ciò che e' stato, ma raccolgo in me quel nuovo desiderio di tornare un' altra volta ancora e di vedere che sarà.
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05/05/15
Notte di Luna.
Candida luce e fresca luna, sulla panchina osserva quegli sguardi di porfido sciogliersi in un abbraccio fatto di ardente voluttà. Le mani corrono come quell' arrogante vento che divide, mentre i germogli di una nuova stagione colorano il pastello di un quadro in movimento senza nitida struttura.
Le poche nuvole violacee si discostano e le immagini riflesse di quel fiume fan sembrare stelle il cielo. In una forma elettrica la luna inghiotte in se questo stupendo panorama di costrutto, come se gli edifici intorno si elevassero per esserne mangiati. Culle rigonfie di liquido trascorso precipitano in quegli istanti mentre i suoi capelli avvolgono in un bacio tenue che diviene rigoglioso e appassionato mentre il vento monta.
Ultime pulsioni di un calore quasi disperso in una forza superiore che agita robuste foglie e scuote alberi, mi lascio e mi arrendo a questo conflitto di fisico e latente natura subita, mentre convogliano le braci che covo e serrano a me ancora di più quell' idea di perfetto che scruto in una vasca di angosciosi limiti.
Divellere catene e sollevare istanti, comprimerli per poi schiacciarli fino a farli soffocare, poi raccogliere quel frutto come uccelli e riportarli lentamente al mare. Frammenti di esatta aspettativa consumati in un costante ed inspiegabile ossimoro di sensazioni provate. Non e' il freddo del vento contro il cuore, ne quel chiarore che mi accende il buio e che mi fa guardare. Tutto ciò che cerco e' in quel momento, dove lucida attenzione si concentra in quelle mani levigate ed in quegli occhi senza più profondo che io non sia.
Saltano gli impeti e mollano, al dorso delle mani raccolgo rassicurazioni che non ho. Parla la pelle, che increspata accetta e mi solleva. Crinali di desideri fluttuano ed in essi precipita il mio cuore. Al cospetto di una città che ci attende e che ci osserva abbandoniamo insieme l' individuo per divenire d' un tratto altra cosa inconoscibile. Fusi in un attimo che sa di immenso riconosco in lei le mie sembianze e vedo lei guardarsi in me riconoscendosi. Avvolti da quel vento e dal rumore, ci sogniamo di essere già stati nel momento che ci aspetta e di riflesso aver vissuto tutto quello che sarà senza lasciare traccia alcuna. Piovaschi di emozione convoglieranno in burrasca trasformando il fiume in cielo e il cielo in terra ed edifici. Lingue d' asfalto lunghe come nuvole attraverseranno quel soffitto in movimento, mentre l' impronta a terra di quella luna che accompagna sarà un tombino per le evanescenti follie di due amanti furibondi che si incontreranno fino a spegnersi pian piano sotto i colpi di una intera notte e di un chiarore che già annuncia l' alba. Ora e' tempo di andare, licenziandosi da quegli istanti si rinnova un desiderio sordo da consumarsi in una silenziosa alcova.
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