Ogni viaggio si ricrea nel modo in cui pensi le cose. Tutto sarebbe diverso se non lo avessi fatto. Viaggia! Dentro e fuori di te.
15/03/15
Nel tempo.
Come un cuore di cartapesta cade a terra senza fare rumore, sono qui a raccogliere i coriandoli di un pensiero stracciato. Mi chino oramai come se fossi divenuto la gomma da cancellare, e la vedo passare su quel tratto scritto a matita, come quando non sono convinto di ciò che ho già scritto. Fluidi di me, del mio intelletto scivolano via da quella mina oramai consumata. Essi vagano alla ricerca di nuovo istinto, senza accorgersi che il contenuto rimasto e' compresso in quel pezzo di legno che si e' temperato. E' lì, fermo sul tavolo insieme alla polvere nera.
Il foglio e' guastato, e la curva e le linee si notano ancora. Cerchi di prova per dare il suo palco ad un' opera muta. Si attende che il velo si sposti e cominci a viaggiare il pensiero, sebbene quel nero ci logora ancora la carta e rovina la lucida idea. Sono ondulazioni mistiche e mi raccontano di una mente confusa, mentre nitidi passaggi di nulla si alternano ad altri disegni astratti in cui vedo una realtà di argilla messa ad essiccare.
Fragile si lascia guardare, e ne scruto anche i difetti mentre l' immenso bianco del papiro mi concede di arrotolarci le emozioni tramutate in scrittura. Vago fra le curve delle mie lettere come fossero perplessità, e raccolgo ciò che resta di una punteggiatura a volte errata leggendoci la confusione di chi non sa dove vorrà voltarsi domani.
E' ormai tempo di un' analisi concreta e di tirare le somme di quanto si sta costruendo. Carpirne i risvolti, di quanto si e' messo nel vuoto del vaso per provare a riempirlo. Quell' otre e' già pronto a ospitare. Come conseguenze i miei polpastrelli passano sulla sagoma curva saggiandone l' ampiezza, quasi a ricordare ciò che ero e che in questo momento mi contiene. Una sensazione di asciutto che graffia e' il trascorso sbagliato in un piccolo punto di liquido che si dilata.
Mentre la creta riposa le notti trascorse a pensare mi educano all' oblio, elevando le catene di istanti dove il respiro e' a tratti anche scomparso. Risorgo e tramonto ogni volta temendo di soffocare, mentre i pensieri si stendono sporchi sul ricordo confuso di un tempo già andato.
Greggi di immagini passano a ritroso come una fase rem vissuta più volte, e confondendo il tempo con lo spazio che ho intorno, nel cuscino finisco per mescolare le sensazioni di deja-vu con le nuove pressioni di vita che vado a toccare.
Attimi stracciati che ho sicuramente già vissuto. Li ascolto come un ricordo di essenza, provando a capire in quale parallelo di tempo ho potuto rivivere quello che adesso io sento. Il torpore che mi provoca l' idea di essere stato in altro tempo mi distrae scostandomi da ciò che provo, dimenticando quella goccia di passato nell' odierno che si e' mossa per tornare indietro in altro dove.
Gelo sono le luminosità di una scrittura che torna. Vaga nel mio tempo ed i miei polsi, e le mie mani, corrono impugnando quella mina che ora traccia. Sorge il ricordo mentre il presente va via, come un sordo boato nell' ingresso di esperienze e sensazioni. Uno scivolo di porcellana lucida mi accompagna come se il momento fosse in realtà uno specchio che mi inghiotte, e candidamente me ne vado da me per essere in un altra parte che ho sentito altrove. E accade tutto in un frammento, dove quel capogiro che mi spinge nell' immagine, mi svuota dei timori come l' otre che nel mentre appare colmo. Fuoriesce, scivola via l' intelletto, fino a raccoglierlo sul piano, quel liquido in eccesso e da asciugare con il cuore che ho raccolto.
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11/03/15
Il cavaliere.
Demian cavalca, ha le redini in pugno ed il suo purosangue galoppa frenetico sul ciglio della boscaglia senza timore di calpestare in fallo. Sicuro di se come il padrone, l' equino scarta e prosegue con la bava alla bocca e con dei fiotti di calore espulso dalle ampie narici. Il sudore che ricopre il manto lo fa brillare più di quanto ancora bello sia quell' esemplare.
La ferraglia e la sella, il cuoio ed i tessuti sbattono sul fodero della spada ed un suono metallico accompagna e si propaga grazie al vento. La possenza della bestia e del suo cavaliere viene scaricata tutta sul terreno, dove una fumosa scia ne traccia direzione e ne impedisce vista dalle terga.
Demian vola davanti a quella coda curva, la velocità solleva il crine e volta il viso, mentre le natiche rimbalzano la schiena dell' equino come battito cardiaco. Gomiti stretti e polsi racchiusi, richiama e gestisce, ordina ed il cavallo capisce.
Messaggero e cavaliere di ventura, fra mille battaglie e la sua spada, sa cos' e' la pace e ne apprezza il suono quando può. Il lignaggio si perde nelle ruvide contese quando il campo di battaglia diviene fumoso al punto tale da confondere la polvere ed il sangue. Da questo Demian va via. L' ennesima battaglia combattuta, lo strazio della sepoltura ed il pianto per qualche amico andato. Non c' e' spazio per troppe lacrime, ogni disputa un libro troppo veloce da leggere, una storia, un' altra, troppo breve da raccontare, ed un finale ovvio, senza vincere o perdere, solo restare.
Ecco il motivo per cui fuggire, ma per quanto si cavalchi lontano il destino e il passato insegue, e nemmeno il tempo di un fuoco e di un celere bivacco resta per scansare quel che e' stato. Si rimane vigili in un sonno che non e' tale, anche quando si ha qualcuno da raggiungere l' interno resta vuoto, privo di sentimenti buoni salvo che non siano per una casa dove tornare, magari a lavorare terra, o a guardare il sole sorgere o tramontare.
Ha coraggio da vendere Demian, ed ha affrontato pericoli ben peggiori della battaglia, ma tutte le cicatrici che ha, sulla schiena e sul resto del corpo, nulla sono al cospetto di ciò che e' rimasto dentro. Il suo spirito e' vergato dalla violenza, calpestato nell' intimo, masticato e forse anche sputato. La confusione di quella feroce corsa al galoppo, interrotta poi ripresa, e quelle pacche sul collo di una bestia devota ma ormai esausta, sfumano gli ultimi timori di essere raggiunto dalla sua vita.
Fredda lama, scudo di legno e maglie di metallo con un panno sopra e con un elmo basico. Alla cintola altro cuoio, che legato quasi muta in una bizzarra gonna le vestigia di un cavaliere insignito degli onori più alti.
Tutto via ora, soltanto voglia di normalità. Dove la quiete e' un lusso da raccogliere come un frutto da un albero di vita breve. Il fuoco e' acceso e le monete d' oro a nulla servono, salvo rappresentare un inutile dispendio di energie per cautelarsi da briganti che potrebbero attaccare per averle. Cerca la luna, come per ricordarsi che c' e', e lo conforta sapere che se la notte precedente non l' ha vista era perché il suo tempo era impiegato per tenersi in vita.
Appare lì la luna, fioca e decadente, come il grimaldello che abbottona il cielo al terreno. Lo sguardo vuoto si dirige sulle braci incandescenti, e quell' arancio vivo gli ricorda che i tramonti sono incanti come il sorgere del sole. Un sorriso gonfio di amarezza, una preghiera per i suoi morti e per il regalo della vita. La tenebra lo avvolge mentre il fumo lentamente va e la fiamma cala, altra legna da mettere, una coperta spessa ed il rumore dei denti del cavallo che strappano l' erba lì vicino. Ancora un altro giorno il sole si alza, ancora un altra alba che i suoi occhi possono mirare, ancora un altro assaggio della vita. Ma non adesso Demian, perché adesso e' il tempo del riposo. Non ora, anche se vigile si placa. Coperta scalda e chiude gli occhi, fin quando sopraggiunge la foschia che annuncia l' alba.
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10/03/15
Krill.
Lo sguardo volge a nord, dove ci sono le nevi, e dove branchi di orche banchettano con delle otarie ricche di grasso e di paura. L' iceberg che ci passa a fianco e' solo l' ultimo dei tanti già visti passare, e la nave rompighiaccio sta per iniziare il suo lavoro. E' strano pensare a queste enormi montagne bianche come ad una piccolissima parte di quanto in realtà viene coperto dall' acqua del mare. Ancora più strano e' osservare la calma piatta di quest' olio blu, così convesso da poter vedere quasi la curva di tutta la Terra, rotto soltanto dalla scia delle onde al nostro passaggio.
Per qualche istante mi fermo su quel celeste ipnotico prodotto dal ghiaccio dell' iceberg a contatto col mare appena al di sotto il livello dell' acqua. Sospeso, come i rumori degli strappi dell' acqua sul ghiaccio, come quel fumo piroclastico esploso dalla sala motori per avere spinta nella grattugia che lo apre.
Tolgo il guanto dalla mano destra per passarmi il palmo sulla barba croccante e per asciugarmi gli occhi dalle gocce di lacrime dovute al freddo, poi soffio un pò di calore che come fumo si diffonde tutto davanti al viso per poi essere immediatamente disperso alle spalle dall' incedere sicuro del bastimento.
La fronte e' imperlata dal sudore, e' la giacca che fa il suo dovere, ma fuori il freddo e' tale da riequilibrare la temperatura, ed andandosi a scontrare col calore prodotto dal corpo in risposta congela il confine.
Alla sinistra della banchisa, in un altro pezzo di mare libero dai ghiacci, le capovolte di una megattera ci tengono compagnia, suggellando lo spettacolo con l' inconfondibile firma, quella pinna che fra un salto ed un altro sbatte prepotentemente sul pelo dell' acqua increspando come un maremoto concentrico il suo denso limite. Lo fa come fosse un enorme diapason marino che disperde e che va ad investire la spiaggia ghiaccia dondolandola e spezzandone pezzi.
Altri istanti per riflettere se quel lento propagarsi di cerchi allargati sulla superficie possa diffondersi fino al fondale, e ritorna il pensiero alle sagome sommerse di tutti quei ghiacciai galleggianti.
Sbruffano di nuovo le orche, la cavità sulla testa del cetaceo espelle polveri di liquido vaporizzato. Il banchetto e' finito e si stanno spostando verso altre prede. Sontuose, le loro pinne affiorano sul pelo dell' acqua in formazione, lente, quasi curiose, virano ed appaiono in tutta la loro mostruosa consistenza. Ci sono anche i piccoli, pachidermici esemplari dal peso imponente, difesi dal branco e tenuti al centro per essere protetti da eventuali squali bianchi, unici in grado di trasformarli da predatori a prede fin quando cuccioli.
Cammina la rompighiaccio, tracciando il suo percorso con l' ausilio del GPS. Al capitano e alla sala comandi il solo compito di identificare eventuali pericoli o protuberanze ispessite della superficie ghiaccia. Abbiamo tempo eterno per perderci in questo immenso cosmo blu e bianco, mentre la colonna sonora e' dettata dal fruscio di un vento magnetico e dallo scrocchio della via che si apre. All' orizzonte timide si affacciano le sagome di monti glaciali, la meta dove i ricercatori che stiamo portando potranno dare il cambio a quelli che vivono lì oramai da sei mesi.
Quello che ci aspetta e' ancora altro bianco, ma con la consapevolezza dell' immenso blu sotto la superficie, con tutta la sua vita ricca di cetacei, leoni marini, pesci e minuscoli crostacei: il krill, come lo chiamano i norvegesi, luminescente base della catena alimentare delle balene. Queste grandi bellezze del mare, inconsapevoli, sinuose danzatrici di un' eleganza quasi commovente nel loro elemento.
Si, perché e' questo il posto dove i cetacei vengono a mangiare. Approvvigionandosi del grasso e della forza necessaria per varcare le porte del nord e trasferirsi in acque più miti per dare alla luce i loro piccoli, questi mastodonti fanno incetta dei minuscoli crostacei, che come infinite gocce di brillantina accendono le immense pareti di acqua come fossero lucciole nella notte. A passare sono megattere e capodogli, con le loro fauci spalancate e pronte a spegnere il passaggio. Tracciano, come fa la rompighiaccio, ma anche altri pesci partecipano al banchetto. Le eleganti mante, le aquile di mare, che col loro dolce rimbalzare disegnano correnti nuove nel liquido, poi il pesce azzurro e gli squali balena. L' apparente staticità della superficie cela in realtà una marea di vortici e combattimenti alimentati dal desiderio di sopravvivenza, dove intere specie si affrontano non per vincere, ma per resistere, e come gli iceberg, rimangono ignoti e silenziosi salvo le rovesciate dei più grandi sulla superficie dove la schiuma insanguinata dei duelli si poggia immediata quando appena conclusi.
Maree, acqua gelida, il calore di quei corpi in lotta, gli spruzzi ed i ripetuti attacchi, spirali di morte e di continuazione, trionfo del delirio e dell' estremo movimento sepolto dentro le sembianze di una normalità apparente. Dove la superficie e' quiete appena intaccata in realtà un fuoco sottomarino disperde energie disseminandole nel luccichio di quelle vaste distese di krill.
Clessidre di luminescenze trascorrono passando da banchi di pesce azzurro a mostri delle valli marine. Grandi distese di fluido attraversati da scosse e turbinii avvitati. Altro fluido ai miei occhi non mi impedisce di vedere cosa accade, ed il vento e la neve fitta che cade ghiaccia al contempo può nulla. Come se avessi la testa immersa in quelle gelide acque li immagino, li sento, quasi li spio, oltre il confine della mia vista nella profondità molle di un abisso acceso mi affondo, confondendomi per liberare la coscienza, vedendo gli stessi iceberg capovolti in tutta la loro magnificenza.
Cattedrali di natura gelida che hanno messo le radici nell' aria, mentre quel krill e' strano polline che vaga sospeso alla mercé di venti e cacciatori. Predatori e prede in un' aria capovolta, spazi di oblio e marasmi incontrollati, il tutto scrutando la silenziosa danza di enormi pachidermi che come libellule disegnano tracciati raffinati di muta ovatta fino a che sazi non abbandonano il campo per andare a riposare altrove.
Onde e schiuma, altro ghiaccio. La banchisa diffonde il suono di un fruscio indisturbato che sulla superficie musica pian piano, quasi come fosse un lamento, quel lamento per non poter assistere agli eventi delittuosi che sott' acqua violentemente si susseguono.
Torno in me, fuori dall' acqua, dove sono sempre stato e sulla nave. A volare via la mente, a volare via le sensazioni, quelle solite percezioni del volume, come pressioni, come intenti. Porto i miei occhi laddove i miei occhi possono vedere, dove tutto ciò che e' si assenta per divenire quel che sento. Porto a passeggio la mente in vallate d' acqua ricche di alberi ghiacciati, dove pulviscolo alimentare viene devastato per garantire ad uccelli marini ed insetti blu e argento di tornare ad essere. Vìola gli ingressi ed i cerchi, vìola spirali ed ellissi, spezza le onde concentriche e pilastri subacquei si avvitano. Ritorno a guardare quell' olio convesso che tace, altra pinna che sbatte sul pelo, altri cerchi che si propagano. Ma certo che arriva al fondale, il diapason ha rintoccato, ed il suo suono e' giunto fino al centro di me stesso dal profondo del blu elettrico, come un impulso primordiale che ricorda tutto quello che ora vedo.
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08/03/15
Il cerchio di burro.
Luminosi prati in un valzer di venti bassi lasciano danzare ordinate le colline. La luna di questa notte dipinge il cielo di un viola interrotto dalle nuvole schiumose di un grigio fumo. A tratti il vento guida come accarezzando le superfici visibili mentre tutto intorno come sirene, il fruscio dello stesso che passa fra le foglie degli alberi intitola un brano a questo commovente pallido incanto.
E' l' odore di questa notte a far suo tutto quanto, quando rami si flettono alla forza della spinta e increspate onde di erba vanno e vengono verso una riva che non esiste. Come mari concentrici si incontrano in una zona di risacca lasciando sfogo a mulinelli diffusi e crepitii di rami sfogliati. Croccanti ed incisive alcune foglie cadono rotolando per il breve tratto di un sentiero per poi perdersi fra la vegetazione regolare che le inghiotte. Sotto la forza di questa notte beffarde accarezzano per poi svanire.
Candida luna che come fosse di burro scioglie e si allenta lacrimando stelle nel cielo. Ogni tanto quello stesso cielo ne perde qualcuna e la precipita via veloce da una parte all' altra per poi farla svanire. Per qualche istante agli occhi di chi osserva balena l' idea di capovolgere l' immagine che ha di fronte per vedere se rimane pertinente, ma convincendosi del fatto che e' così, rinuncia, per apprezzare quegli istanti pastello dove il tempo attraversa quel quadro negli stessi occhi dando movimento all' opera d' insieme.
Gratta la terra a fondo e trema di un' emozione sorda, e' uno specchio del cielo mosso che si riversa in fluorescenti lucciole che dondolano speculari alle colleghe in alto. Vortici di raziocinio si perdono negli ultimi lampi che annunciano pioggia. Cascate di stelle e di idee per rendere madido il terreno e nutrire l' erba degli intenti, fra le nuove folate ed il fango porto quella scena in me per riviverla interiormente. Curvo sulle ipotesi di un disegno preordinato, accarezzo la cornice ruvida negli angoli più rigidi, quando un fragoroso tonfo di un tuono annuncia che lo spettacolo e' solo all' inzio. La mia poltrona da cui assistere e' un angolo del terreno, da seduto, dove masse di fieno e sterpaglie si arrotolano per scivolare via. A quel punto scruto le nubi intervenute e quel viola che era al principio luccica intermittente anch' esso per obbedire alle scariche elettriche di fulmini che si gettano a terra squarciando il cielo. E' solo in quel momento che abbandonandomi supino alla bellezza osservo il soffitto ininterrotto confondersi con la distesa d' erba e in un pensiero scivola l' inchiostro per poter dipingere l' idea di tutto quanto. E' allora ancora incantevole sognare di ambienti senza mura e senza limiti evidenti. Come mani dilatate dentro al cerchio di quel burro affonda e mescola cremandosi in insieme.
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Aliti.
Morde e odora il collo mentre la sua lingua passa lenta su quell' incavo sensuale. La traccia e la assaggia scorrendola come una mappa da studiare. L' oblio di quei profumi irrita e quasi lo spiazza. Nei capelli getta il naso mentre i denti graffiano scorrendo dalla schiena fino al petto. Come ventagli si aprono per poi cingersi e afferrare quelle mani e come preda ormai cacciata a quegli ansimi di fiato si abbandona. Il filo dei polpastrelli si produce in una scia lungo la retta della schiena, lasciano il capo scendendo a piombo per poi divaricarsi ai fianchi e stringere il bacino fino a sentirne l' anca. Si perdono in un bacio e le due carni ardenti in una danza obliqua si sostengono sul muro che e' di fianco. Le ginocchia di lei che cedono, lui che la volge a se, lei china il capo all' indietro e il mento e gli odori esplorati divengono dato. Apre il vestito rischiando la lacerazione, i palmi delle mani di lei dal collo scendono all' addome in un profumo di genziana che promette. Spoglia dell' abito ha i seni coperti da un lembo di tessuto, immediatamente la stoffa e' coperta dai palmi delle mani di lui che accarezzano con voluttà, per poi serrare prepotenti le ambite rotondezze fino ad allora solamente immaginate. Può sentirne i battiti del cuore, nitidamente, come un tamburo ritmico, mentre la volta fino a combaciare il petto suo alla schiena dell' amante. Ritti a quel muro scaldano mentre non c' e' più tempo per quelle scarpe ed i suoi tacchi. Slaccia, serra, bacia e lecca, lei con le sue mani miete sui fianchi di lui in una posizione men che plastica e difficoltosa. Via, la gonna scende col suo raso sulle cosce fino a terra. Alla vista di quelle autoreggenti su coulottes in trasparenza non può nulla. La natica con la sua mano destra, il braccio sinistro al collo e lei che dal muro si discosta per cercare nuovamente le altre labbra e quella lingua da trovare. Lui lascia la scapola di lei con la sua bocca e sale verso il fuoco e quello sguardo che si perde. Trovarsi e volgersi di nuovo scivolando a vicenda su rispettivi corpi bollenti, avvitandosi e camminando incontrollati fino al tavolo di marmo della stanza. Mani e dita che si trovano, che si incrociano, per liberarsi appena poi e vagabondare sulle superfici cutanee dell' altro. I polpastrelli ancora scorrono mentre calori nuovi comprendono i corpi elettrici già pronti all' uno e all' altra. Lui pronto a dare come lei a ricevere, avvolgendosi in un possesso manuale estenuante. Sbattono e dondolano quando anche il tavolo di marmo sposta e il desiderio insorge. E' solo a quel punto che lui decide per prenderle i fianchi, sollevarla delicatamente e depositandola piano sulla base di quel freddo tavolo si china. E' all' altezza delle ginocchia il suo sguardo quando le mani di lei sono sulla testa e accarezzano fino alla schiena. Lui le prende i piedi e li misura, con quelle calze lucide, poi lo sguardo ancora appeso si concentra sui malleoli e sulle forme muscolari dei polpacci. Alliscia e di tanto in tanto serra, come a tastarne la consistenza, passando i dorsi verso l'alto fino alle articolazioni delle ginocchia. E' a quel punto che nel gesto di distanziarle educatamente chiede. Lo sguardo si rialza e va ai suoi occhi. In un sorriso complice rigorosamente si concede. Lui dalle calze sale fino ai ferri per sganciarli, ed in quel movimento fatto piano e in quel rumore lei divarica le cosce e razionalmente lo sfida. Le si presenta in tutto il suo splendore quella straordinaria pelliccia sulla quale lei promette guerra. Una timida donnola da coccolare, una umido lampone da assaggiare. Si abbandona in un lunghissimo bacio di conoscenza mentre lei china ancora una volta il capo e i suoi capelli sono liane in una giungla dove ha inizio la passione.
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07/03/15
Il collezionista di attimi.
Di figure geometriche e suoni mi nutro mentre come un tamburo ritmico i palmi passano gli occhi serrati. Metto distanza fra me e tutto il mondo, come uno spazio ridotto fluttua e mi sento una pietra di vetta in un giorno di freddo. Piovono spirali di vaniglia che come scivoli rendono dolce il buio delle mie sensazioni ma le gocce sono lì ad irrigare di concreta novità i miei momenti quasi fosse rinascita. Introverso in un attimo al cospetto della socialità che incombe, adeguata distanza da un piano di vita che non ho mai raccolto. In tutta questa danza il mio restare fermo, come una scossa, un pilastro sorregge in un palco di musica assente. Veroniche di porfido e fiocchi di denso miele mi fanno scivolare in un lago di panna dove mosaici di frivola nebbia mi impediscono di essere consapevole. Come le curve di un circuito si susseguono nella notte fittizia in cui improvvisamente e' precipitato il mio sguardo. E rendo quelle curve fumose, tracciando piroette e nuove traiettorie nel cielo della mia fantasia, fino a vedermi frapposto fra aeroplani ordinati carichi di veloci e meccaniche livree. Piegato su un fianco e poi l' altro, simulo il quel volo capovolto fino a sfiorarli, poi fuggo via sulle vette cercando la mia per vedermi di nuovo di pietra. Bolle di vapore ruggiscono dalle acque sulfuree mescolandosi con quell' odore di zolfo acido che fa puzzare l' ambiente. Il calore di quelle acque nelle quali mi immergo sembrano tenermi giù sulla molle melma, e attento a non scivolare mi appoggio alla vasca quasi come fosse il letto di una casa in collina. Non ci sono ma e' come se ci fossi, addormentato in una realtà narrata a sprazzi, facendo bene attenzione a non dimenticarne i passi, il coagulo di quelle lacerazioni rimarginano i pensieri fuggiti troppo presto per una soluzione soltanto cercata. Un viaggio e' sempre anche interiore, e per uno che e' pieno di se non scivola via come se fosse indotto. Riflessioni sugli istanti che attraverso, si succedono a migliaia, come microframmenti di un eterno appena trascorso, come tessere di un domino lungo una vita si ordinano in una fila interrotta soltanto da quelle curve dall' inizio alla fine. Spezzo gli attimi fino a renderli semi, con un loro principio ed un loro epilogo sempre differente, nome tante piccole singole storie. In tutto questo schiumoso fluido di vita breve che rinasce avvolgo il nastro del passato spingendo il mio "play" per l' umano mio divenire. Racconto a me di me, come un archivio infinito di fotografie, collezionando istanti che ciclicamente ripropongo alle mie idee, vagando fra me stesso avendo già la nostalgia di ciò che penso e di quello che pensavo. Non ho più paura di nascondermi a chi sono. La mia unica battaglia da combattere e' già vinta. Tutto e' già provato ed accaduto, salvo il dolore o la morte se non si reincarna. Vivendo appieno tutto non si ha nulla di cui avere pena, e nell' esatto istante in cui andrò via sarà soltanto un altro attimo che mi e' passato e che non ho veduto.
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05/03/15
Luce mia.
Poi accade che un giorno ti arriva un messaggio da una persona che non ti aspetti. Perché quando ci si comporta, in realtà non si sa mai se quello che si è si mostra agli altri, oppure gli altri ne hanno un' idea sbagliata o distorta. Accade che il contenuto di quel messaggio, seppur breve, ti riempia la giornata per essere riuscito in maniera silenziosa a comunicare ciò che sei realmente, qualcuno ha compreso.
Oggi si tende ad essere abbastanza sfiduciati sull' umanità in generale. Non ci aspettiamo molto perché non abbiamo più nemmeno il coraggio di dare qualcosa. Come gusci di noci ci sigilliamo impedendo a noi stessi di essere per non rendersi vulnerabili. Ho buttato via tutto questo da ben oltre dieci anni, complice una grande delusione ed un distacco freddo dal calore. Da quel momento in poi misuro persone dal volume e non dalla superficie, mentre la maschera che indossavamo adesso giace dentro un centinaio di quintali di lurida immondizia. La misura sono nuove intensità e scosse elettriche e non importa ciò che si da o che si riceve. Interiorizzando gli altri sto scoprendo me stesso, in una umanità grata e con garbo a volte spiragli indicano la strada.
Questa mattina sono così, nudo di fronte alla sorpresa, fiducioso e spiazzato per come un istante e poche parole possano mutare non la giornata ma l' intero avvenire. Qualcosa ancora c' e'. Qualcuno che ha ancora il desiderio di comprendere. Le analisi e non i commenti, sempre i soffici pensieri. Sono quelli che ho raccolto oggi, e come perle rare custodisco nella parte più profonda del mio Io da adesso in poi.
Mai avrei creduto di rappresentare per te che mi leggi quanto mi hai dipinto. Le tue mani sono state pennello e vernice su una tavola sporca. Hai corretto la strada e interrotto la pioggia longeva. A sorridere e' il cuore, e di gioia racconta di un velo caduto e raccolto. Avanza per un attimo il tempo davanti a me che mi fermo, per un istante ciò che era indietro mi sorpassa e sospeso a fermare lo valuto.
E' una questione di sangue l' umanità, e se per comprenderla talvolta occorre osservarla con gli occhi di altri tu ci sei senza dubbio riuscita. La mia anima e' in festa stamane, vorrei poter sapere che tutto e' andato via, che e' passato, quello che non sapevo, ma in questo tempo dove la difficoltà ti comprime sappi che hai liberato qualcosa nel sangue di altri, ed anche se sembra sia poco hai abbattuto con un piccolo pensiero lo spessore ferroso di un muro in cemento essiccato.
Roberto De Sanctis - All Rights Reseved
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