disse er sindaco foresto:
vò levà li sampietrini
così l' urbe mette in sesto,
e più rompe i motorini
se Pasquino arisponnesse
ar cospetto de tant' omo
je direbbe certamente:
lassa perde, quello e' 'n dono
poi ortre ar bello c' e' er concreto
a volella dì pe 'ntera
si continua cor decreto
mica poi ce vò na sera
tutta sta fatica vana
pé leva sti sampietrini
roma e' piena de artre piaghe,
ce sarebbero i tombini...
pensa quanti allagamenti
se saremmo risparmiati
se li manici de scope
ai netturbini avesse dati
là pè Ottobre co le piogge
aristamo a car' amico
caro sindaco Marino:
nella piaga metti er dito.
Roberto De Sanctis - All Right Reserved
Ogni viaggio si ricrea nel modo in cui pensi le cose. Tutto sarebbe diverso se non lo avessi fatto. Viaggia! Dentro e fuori di te.
15/10/14
03/10/14
Elaine.
Passeggiavo da solo per il parco Bois de Boulogne. Vedevo alternarsi alla strada quel magnifico verde ai campi dello stadio del Tennis del Roland Garros. La meta era il Parco dei Principi, lo stadio dove il giorno dopo avremmo giocato contro l' Internazionale Milano.
Avevo da poco incontrato Bruno Pizzul. A quel punto era stato chiaro che avremmo perso la finale di Coppa UEFA. Serpeggiava in molti appassionati di calcio, me compreso, il fatto che non fosse proprio un amuleto, ma la speranza di sfatare questa diceria montò, insieme ad una strofinata di gioielli che credo abbia generato calvizie sulla parte.
Il Parco dei Principi era desolatamente vuoto, ma lo avevo voluto visitare il giorno prima per capire cosa mi avrebbe aspettato l' indomani. Quando ti vidi camminare verso di me, i miei occhi si catalizzarono su quel ciuffo di capelli arancioni che non obbediva alle regole dell' elastico con il quale li avevi legati. Non so perché parlai, avrei dovuto tacere ma le parole scivolarono via come fra l' argilla e mi sentii piuttosto imbarazzato, mentre quel tuo sorriso sciolse tutto in un momento.
L' inglese non era il mio forte, e per la verità non lo e' neanche adesso, ma evidentemente le mie parole ti fecero sorridere e da quel momento pregai di rivederti la sera sugli champs élysées.
Mi avevi incontrato in abiti da lavoro. Quel paio di jeans e quel bomber mi erano sembrati poco appropriati al nostro incontro. Io ero lì per la Lazio, ma mai avrei pensato di sentirmi in quel modo come mi aveva fatto sentire il vederti.
La sera fu differente. In una trasferta che rimarrà unica proprio per questo, avevo deciso di portare un abito elegante con me per cenare in un posto più a modo. La scelta ricadde su "le bistro romain", pieno all' inverosimile e dove aspettammo non poco per poter sedere. Coi miei amici lì, con te sotto l' Arc du Triomphe, a cento metri di distanza, sarebbe stato fantastico. Ci eravamo dati appuntamento per le nove, durante la cena pensai più volte se fossi arrivata anzi, per la verità, non credevo saresti venuta. Ti immaginavo così bella che mi ripetevo che non ci saresti stata per non illudermi troppo.
Tardammo la cena ed io, spiegato tutto ai miei amici, mi congedai dopo gli antipasti. Le nove erano giunte, tentai una sortita con la promessa di ritornare in breve se non ci fossi stata.
Ogni scalino per discendere sembrava un battito di un pendolo. Mi ero catapultato in un istante sulla scena di un film western nel bel mezzo di una resa dei conti e tutto era rallentato in moviola, come per aumentarne la pressione e la solennità. Ad un tratto potevo distinguere anche il fischio del vento, mancava forse solo quella paglia che rotola via sul terreno asciutto.
Mi attestai sulla parte sinistra del viale. Spalle alla "défense", sulla destra al centro l' Arco di Trionfo e sullo sfondo di quell' impressionante rettilineo da parata, seppur sera, distinguevo nitidamente l' obelisco di Place de la Concorde ed il Louvre. La bellezza del punto dove stavo nutrì i miei occhi per alcuni secondi, ma poi arrivò il pensiero tuo a spazzare via tutto il resto, ed il fatto che non ti vedevo ancora arrivare mi stava facendo annaspare. Vidi l' ora: dieci alle nove, manca ancora, magari ora arriva. E se invece non viene? Potrebbe tardare. Mi voltavo frenetico intorno, poi sedevo su quella panchina eletta a mia base. Cercai invano di rilassarmi, ero in pieno clima partita ma il match era di quella sera.
"Roberto". Mi voltai e tu sei apparsa. Quanto eri bella Elaine... ancora un pò di più di come ti ricordavo dalla mattina. Arrossii senz' altro, e credo che tu te ne accorgesti. Il sangue andava a mille e quei tre baci sulle guance ti avrebbero tranquillamente potuto incendiare. Anche tu avevi un rossore, pensai che non fosse emozione ma un imprinting avuto dalla tua terra, quelle carnagioni bianchissime delle contee d' Irlanda.
Fui felice. Iniziammo a passeggiare e dimenticai tutto quanto, Parigi compresa, anche se quella notte quella città fu una straordinaria complice. Ci tuffammo in una conversazione di gesti e linguaggio incontrato che rimase unica anch' essa nel mio ricordo. Un misto di inglese, francese e lingua dei gesti ci accompagnarono per quei quattordici chilometri che calpestammo insieme conoscendoci. Quello che accadde dopo quei quattordici chilometri fu una straordinaria libertà ed un amore differente da tutto quello che era stato e da quello che sarebbe giunto poi. Maledetta distanza!
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29/09/14
Il Passato.
Aliti di un passato amaro riaffiorano in pochi istanti. Ricordi sepolti di sensazioni piegate emergono sul desolante limo di una paludosa lettura. Una mescola di umido ed acque sporche ammassano fango nei miei pensieri mentre volgo lo sguardo a quello che fu; ciò che vedo non mi piace per niente e ho deciso in un solo attimo che neanche questo sarà il mio orizzonte. Velate parole, pronunciate sulla base del nulla, hanno già guastato quanto era inimmaginabile e magico nel mio trascorso. Avrei saltato mondi di fantasia a piè pari per rivedere ancora quei prati dolci di melassa e grano, mentre il sogno di poterli pensare ancora solletica la mia pelle con brividi intensi come scosse elettriche.
Un impulso di immobile raccapriccio per degli stati d' animo fuggiti via secoli fa, come in una vita vissuta altre volte dove sono già morto, impercettibili tornano come un lampo. La saetta non scuote perché la scorza e' oramai granitica, ma incide. L' umore e' pessimo, ma la solita mano di vernice già si prepara per colorare anche questo.
Il mio pennello e' passato su tutta la tela, colorando a tratti anche la stessa cornice. Il timore e' che parte della tavola restasse scoperta a far male, e doveva andar via. Lavoro già fatto, per il quale la strada ho trovato con anni. Grumi di colore essiccati consegnavano uno spessore rocambolesco ed un vento gelido inghiottiva l' opera nel trascorso, un buco nero di una dimensione lontana, che doveva essere agli antipodi di ciò che sono. I pastelli raccontano e gettano via, ma la penna o il pennello ricordano, descrivono. Una sensazione cupa coperta da un verde prato, la noia sopraffatta dal giallo luce di un sole potente. Arancio, marrone e altro verde per le foglie che cadono giù: cadi anche tu.
La fragilità di un individuo va compresa, ognuno grida al suo passato e alla sua strada. La fragilità non e' pretesa, né certo può mai diventare accusa. Il casello di questa autostrada è passato da tempo, egoismo celato dietro la sua insicurezza ha terminato i miei giorni con lei: ne ho pagato il pedaggio. Un conto salato e rinuncia ai miei sogni sopiti, ma soltanto una cosa ho imparato: da quel giorno io sono me stesso e non cambio un istante.
Quando un giorno persona paziente sarà buona stella, vorrà dire che avrò scelto per me ciò che cerco, cioè quella. Mi giunge in aiuto e quel sogno ricorre come monito. Vedo un crepaccio e ci sono concave aiuole, alte come verdi montagne. A terra quelle onde di metallo si incontrano e delimitano il confine di un asfalto spaccato. In cima a queste montagne aiuole pini e l' immagine mia che sospesa si getta nel buio. Il mio sogno e' interrotto, ho paura, e proprio in quel punto mi sveglio.
All Rights Reserved - Roberto De Sanctis
21/09/14
Il bambino di Trinidad.
I miei occhi si erano fissati sulle mani di quell' anziana signora. Sinuose stringevano il collo di quella creta che stavano lavorando ed affinavano per poi tornare a darle quell' apertura necessaria per ciò che quella creta sarebbe divenuta: un vaso. Era la prima volta che mi capitava di osservare la lavorazione della terracotta ed ero rimasto veramente colpito da quanto avevo appena visto. Mi sarei volentieri seduto a parlare con lei per qualche minuto, ma eravamo nella gabbia dei criceti, impacchettati per un turismo improvvisato nella città di Trinidad, e la casa coloniale stava aspettando tutto il nostro gruppo.
Avevamo trascorso la notte nel vecchio sanitario, che campeggiava al di sopra di Trinidad. Era stato trasformato in un grande albergo, di lusso, si direbbe, per quelli che erano gli standard del luogo. Avevamo consumato una favolosa cena in una palafitta di legno tinteggiato di bianco costruita in piena giungla, poi ci eravamo spostati a bordo piscina per vedere uno spettacolo di quelle musiche caraibiche che a lungo andare finiscono per rincoglionirti se non le sai almeno ballare un pò. Insomma, eravamo in un posto più che giusto. Solo alla mattina, riscendendo, notai che quella imponente struttura bianca spezzava dolorosamente uno scenario di giungla ininterrotto, che si fermava soltanto tuffandosi negli straordinari colori pastello delle case della piccola cittadina.
Il nostro gruppo si stava muovendo. Quando arrivammo davanti alla casa coloniale c' erano dei bambini che giocavano con la palla. In particolare mi incuriosì uno di loro, avrà avuto nove o dieci anni. Non ci aveva chiesto soldi come altri avevano fatto a Cardenas e a Cienfuegos. Era scalzo, non indossava nessuna maglietta, aveva soltanto un paio di bermuda di un colore fra il verde militare ed il beige. Io non pensai per un solo istante che lui potesse essere poverissimo, il suo sorriso riempiva i suoi denti fino a farli brillare al cospetto della sua cute nocciola. Lo chiamai e lui si fece avanti, gli chiesi se potevo avere una foto con lui, lui fece cenno di si con il capo. Presi la macchina fotografica e la consegnai ad Adriana, una ragazza che era col nostro gruppo, lui si affiancò, io tolsi il mio cappello madido di sudore per poi rindossarlo, gli misi una mano sulla spalla ed ebbi il mio scatto. Ringraziandolo misi mano al marsupio, tirai fuori un paio di dollari americani, e glieli donai per il disturbo. Lui corse via ed io fui molto contento di quello scatto.
Mio zio Ennio era già dentro con Maurizio e la moglie. Adriana ed il marito stavano aspettando me, e poi lei ci aveva fatto la foto...Quei tre ragazzi di Paderno e Bresso dovevano essere entrati anche loro. Ci avviammo.
Non apprezzavo particolarmente lo stile coloniale, anzi, per la verità lo detestavo e lo detesto, ed il fatto che fra Havana, Matanzas, Cardenas, Varadero e Cienfuegos fosse la decima casa coloniale che visitavo, mi fece giungere in quella casa in maniera piuttosto approssimativa. Odiavo quelle sedie e quei tavolini così difficili nelle forme, così ondulati, e quei tessuti mi facevano sembrare tutto troppo distante dalla semplicità con cui vivevano queste persone. Oltretutto avevo ancora negli occhi l' assoluta magia delle mani che sfioravano la creta modellandola sapientemente, fatto sta che fui fuori in qualche minuto.
Uscendo non mi accorsi subito del brusio che c' era, ma incrociai lo sguardo con un altro ragazzo che faceva parte del gruppo di visita di noi criceti, e guardava insistentemente verso la mia destra. Voltai il capo e la scenario fu sinceramente preoccupante. In cima alla strada di ciottoli levigati, un nutrito gruppo di persone stava fermo guardando verso di noi. Da una più accurata osservazione di tale gruppo, scorsi al centro un uomo nero molto alto, e alla sua destra, in basso, un familiare bimbo color nocciola che stava puntando il suo braccio evidentemente verso di me.
"Forse avevo sbagliato a chiedergli la foto" pensai, ma non credevo di aver mancato di rispetto ne a lui ne a chi ne aveva la potestà, ed era evidente che quella sagoma d' ebano doveva essere il padre. Allora mi chiesi se li avesse offesi la mia "mancia" per la foto...sta a vedere se quella moneta da due dollari mi aveva messo nei guai? Stando così le cose comunque, ed essendo in pieno consenso con la mia coscienza, vedendo che loro rimanevano lì, mi incamminai verso di loro.
Avvicinandomi li contai, erano quattordici. Il gruppo era assortito, c' erano uomini donne e bambini, alcuni gli stessi di prima che avevo visto giocare. Mi sembrò una di quelle foto di fine ottocento dove tutti insieme si presenziava allo scatto, un quadro di famiglia in una piantagione o qualcosa del genere. Lo sguardo ricadeva sempre sul più insidioso, che ora potevo vedere bene. Aveva delle ciabatte di cuoio, pantaloni avana ed una canotta lisa dello stesso colore dei pantaloni. Dalla canotta fuoriuscivano corde di muscoli grandi come cime. La struttura di questo individuo era stata scolpita dalla fatica e dal lavoro di generazioni, che avevano modellato il suo codice genetico come aveva fatto la signora con la creta.
Mi presentai. Nel mio dozzinale spagnolo cercai di chiedere se avevo fatto qualcosa che aveva in qualche modo urtato la sensibilità del bambino. Quella bestia consumava termini ispanici come un tritacarne. Una ragazza del nostro gruppo che nel mentre aveva terminato la visita si era avvicinata. Ella parlava lo spagnolo fluentemente e ne avevo già avuto riprova, quindi le chiesi di aiutarmi a capire. Cominciarono ad incastrarsi vocaboli con una mostruosa concentrazione di "s", incastri dei quali io rimanevo ignaro e totalmente assente. Dopo circa un minuto di spiegazioni, si degnarono di interrompersi e di rendere partecipe anche me, che oramai ero l' oggetto delle loro conversazioni, era del tutto evidente.
Continuavo a non capire ed a chiedere. Lei iniziò a parlarmi finalmente nella mia lingua conosciuta: "il signore è venuto a ringraziarti" mi disse. Io le chiesi il motivo, e lei continuò: "quando il bambino è tornato a casa il padre era convinto che quei soldi li avesse rubati e sono venuti qui tutti per sincerarsi del fatto che non fosse così". Io subito mi apprestai a difendere il bambino, ma lei mi disse che lo aveva già spiegato lei continuando: "per questo ti ringrazia. Tu non sai cosa hai fatto...". A quel punto divenni curioso, continuavo a non capire. Lei tacque e iniziò a parlare di nuovo quel padre, in uno spagnolo lento che non feci fatica a comprendere: " La mia paga è di 18 dollari americani al mese. Per la verità noi abbiamo i pesos, che sono la ventitreesima parte del dollaro, però abbiamo anche la possibilità di accedere al mercato nero dove, col peso convertibile, possiamo acquistare al pari valore del dollaro". La mia testa già stava ragionando su quanto potesse essere difficile la vita con quei pochi soldi a disposizione, quando lui continuò: " hai regalato a mio figlio quasi tre giorni del mio lavoro, per questo sono venuto a sdebitarmi!".
Io cercai di dissuaderlo dal sentirsi in debito, dicendo che il mio era stato un gesto per ringraziare la disponibilità di suo figlio, ma lui non volle sentire ragioni e mi disse che lavorava alla produzione di sigari. Quello era il suo lavoro, e quello era quello che mi poteva dare. Tirò fuori un Cohiba, dicendo che lo aveva fatto con le sue mani, me lo consegnò, mi chiese se lo avessi mai fumato. Io risposi di si per non sembrare un bambino, anche se quel momento sarebbe stata la mia prima volta.
In realtà fu molto difficile per me simulare che fumassi, non avevo mai toccato neanche le sigarette e questo tizio pretendeva che dovessi fumare un sigaro con loro...non fui bravissimo a mentire, tant' è che il morso strappò via una sostanziosa parte del tabacco oltre quella che era necessario togliere. Il mio essere così imbranato suscitò una grassa risata collettiva. Credo che ad un tratto tutti avevano capito che non avevo mai fumato e che erano stati i miei ventidue anni a parlare per me. Si allentarono gli animi, per la verità solo il mio, e li adagiò in un rilassato convivio fatto di rum e di coltri di fumo. Avevo fumato per la prima volta, come avevo assaporato la gentilezza e la dignità di questa gente. Quel sigaro durò due giorni, lo fumai di gran gusto, ma poi non ne volli più sentire. Conservo ancora in una scatola quello scatto con quel bambino, e mi fa piacere ricordare quel giorno.
All Rights Reserved- Roberto De Sanctis
15/09/14
Una vita.
La nave era salpata da poco. Mi avevano detto che a poppa l' effetto del mal di mare si sentiva meno che a prua. Ascoltando questo consiglio mi ero spostato lungo la parte finale del corridoio in basso. Vedevo la terra allontanarsi piano piano, ma la mia attenzione era rivolta a quei gabbiani che ci inseguivano prima, e alle immense onde schiumose prodotte dal nostro passaggio. Rimasi in silenzio in questo mio quadro pastello, mentre il rumore del mare riusciva finalmente a vincere il chiacchiericcio dei compagni di viaggio che si era andato via via placando.
Le 17.00 sono una buona ora per partire. L' aspetto più importante e' prettamente di carattere estetico: il fatto che se il tempo e' clemente si può osservare un bel tramonto, quando sei in mezzo al mare i punti cardinali perdono importanza, da una parte o dall' altra il sole sta scendendo all' orizzonte e contribuisce a dipingere quella splendida magia che affiora negli occhi. Quale modo migliore per iniziare un viaggio...? L' altro di carattere pratico. Affrontare subito una giornata intera di mare non ti permette di prendere le misure per bene alle scottature, quelle due, tre ore di sole tardo ti fanno capire se il cappello basta o ci vuole la protezione massiccia di una crema. Un problema e' quindi posticipato al giorno dopo.
Finendo per accogliere il freddo umido di una sera che arriva, quando gli esseri umani sono andati a cambiarsi per occupare le sedute dei vari ristoranti per la cena a bordo, ho finalmente la possibilità di assopirmi nelle mie riflessioni. Un cielo macchiato di blu, di azzurro e di arancio, mi lascia ancora sognare prima che giunga la malinconica notte che cieco mi allontana da tanta bellezza.
La brezza permea il mio corpo mentre sfioro l' idea di dipingere. La terra ormai lontana ha disperso i gabbiani ma dei salti nell' acqua mi lasciano intendere che adesso la compagnia e' differente. Un delfino, poi un altro ed un altro ancora, come dei cavalli galoppano sulle onde di fianco alla nave, poi altri si accodano come stessero giocando oppure per spezzare la monotonia di quel gonfio liquido blu che al passaggio diviene scia biancastra che si dilata.
Salgo di qualche piano. Sul ponte della piscina ci sono le sdraio, perché non averci pensato prima. Lasciati i delfini a cavallo e lontano il rumore del mare, quasi al buio mi accorgo che adesso non sono più il solo ad aver preferito l' esterno alla cena. Un uomo e una donna appoggiati sul bordo conversano a bassa voce osservando il mare oramai quasi celato dal buio. Sono solo le luci del bastimento a rischiarare una sera che diventa notte. Lui indossa un cappello che tiene con la mano destra, lei lo guarda come un pulcino che aspetta di essere nutrito. Si capisce che il discorso e' complesso, anche se sereno, anche se c' e' vento.
Sul mio viso un sorriso quando una folata di vento più forte delle altre fa alzare i capelli di lei verso l' alto, con il garbo che li distingue, che la distingue, fa scivolare la mano sulla sua fronte e percorso il tratto da sinistra a destra raccoglie i capelli eversivi per riportarli al nodo originario e castigarli con una biro.
"Avranno sessant' anni" penso, ma la gestualità e' quella dei quindicenni innamorati, dove l' amore vede solo altro amore, dove tutto e' dato incondizionatamente, dove le delusioni sono ancora oggetti sconosciuti.
Non faccio rumore, sollevo la sdraio per non disturbarli e mi seggo, quasi temendo di esser sentito. Pur volendo il vento soffia da loro verso di me, e porta con se anche i suoni. Sicuro e sereno continuo a pensare, o meglio a pensarli, senza poter staccare lo sguardo mai, nemmeno un istante da quello splendore. La musica e' lontana e le slot non fanno rotolare monete ne rovinano coscienze, almeno non qui.
La mano si tende ed una carezza sul viso di lei lui fa scorrere lenta. Lei sorride ed appoggia la sua fronte alla spalla di lui. Vedo il suo braccio levarsi e prenderla dolcemente per cingerla a se. In quel momento non ci sono io, non c' e' la nave, ne i passeggeri, forse non c' e' neanche il mare. Vedo due sagome in una, e vedo l' interesse totale negli occhi di lui per lei e viceversa. Adesso si, il buio e' arrivato davvero, ma non importa, per lo meno non a loro, che restano lì intirizziti a stringersi per darsi il calore di una vita.
Un cammino di oltre 40 anni dentro uno sguardo, impensabile ai giorni nostri penso, anche se lo vorrei tanto. Li invidio, ed invidio il loro modo semplice di provare rispetto l' uno per l' altra. Altra cosa, giù il braccio di lui dalla spalla, ma solo per toglier la giacca e donarla alle spalle della sua signora. Rimango in balia dell' emozione, tale che sento gli occhi bagnarsi di lacrime. Altre voci silenziose e lui si volta verso una sedia di plastica, ne infila un' altra e la porge a lei, che siede, poi fa lo stesso per lui, e si siede. Corpulento, grandi mani e la faccia di chi ha lavorato una vita. La fatica ha scavato quel viso ma non l' ha sentita. Lei lo guarda e ha le braccia conserte sotto la giacca. Seduti a guardare affiancati in un cinema senza il telone. Il soffitto di stelle e' un sipario e la Luna gli bacia le ombre. Non ci sono fauni ne ninfe in questo teatro, ne giullari, ne comici o attori di dramma, soltanto due protagonisti di schiena sul palco seduti e lo spettatore che non ha pagato il biglietto.
Un epilogo senza morale. Lui parla a lei e lei dice a lui. Lasciano le sedie, si alzano e volgendosi verso l' ingresso mi vengono incontro, e' solo allora che li guardo bene e li saluto: "ciao, mamma e papà".
All Rights Reserved - Roberto De Sanctis
Spirale verso l' evoluzione.
Ogni granello di sabbia un pianeta, e la distanza fra un granello e l' altro lo spazio. La marea ed il vento la quarta variabile: il tempo. Del resto la spiaggia, si sa, come lo spazio aumenta, mangia terreno e trasforma altra sabbia. I granelli di sabbia lo stesso, sotto il passaggio di pesi diversi come supernove si disgregano finendo per essere materia e poi antimateria.
Ogni atomo un granello di sabbia, e la distanza fra il nucleo delle varie molecole lo spazio. Il movimento la quarta variabile: il tempo.
L' universo e' un eterno ripetersi di questi fattori che si incontrano e si disperdono come echi di un' esistenza a più livelli. Questo e' il motivo per cui credo che la reincarnazione sia in realtà un passaggio da un livello inferiore ad un altro, superiore, dove si hanno più nozioni e conseguentemente maggiore coscienza di se e degli altri. In tale lettura non esistono intelligenze ma attitudini, ed i geni sono soltanto persone che dispensano consigli da un livello più elevato, più evoluto.
Credo che un individuo finisca realmente soltanto nell' estasi della totale consapevolezza quando, semidio, abbandona lo stato terreno per essere iniziato alla vera virtù. Il massimo dell' elevazione terrena e' giunta, si lascia la Terra volgendo lo sguardo ad altro, che solo in quel tempo si e' in grado di poter vedere.
A chi non e' mai capitato di giocare con la sabbia asciutta, prenderla in mano e lentamente farla scivolare fra le dita fino a farla depositare dove la si e' presa, quante volte ho considerato quello scossone provocato allo spazio come una tempesta cosmica, magnetica, un' esplosione o chissà. Penso così ai meteoriti che di tanto in tanto colpiscono o schivano, alla luce, che arriva per poi andare via, oppure a quei suoni simili a disturbi elettrici su onde lontane.
Ecco allora i gradini, come quelli di una piramide che sale al cielo. E' individuo l' atomo, con il suo nucleo e con gli elettroni che girano in tondo concentrici. E' individuo il granello di sabbia come la spiaggia. Ognuno di noi e' spiaggia, fatto di granelli ed insieme di molecole, ma siamo anche la Terra, a sua volta un bel nucleo, con l' elettrone, uno solo, che gli gira intorno. Vi sono altri nuclei con più elettroni che vagano nei pressi del padrone, uno di questi e' Giove, con le sue lune, ma anche il Sole stesso, le cui lune sono gli stessi pianeti. In sostanza camminiamo in una spirale di verità a più livelli, e ad ogni livello ci sono cose comprensibili che perdono importanza ed altre che la acquistano. Immaginate un' onda di marea per un granello, così importante per quel piccolo pezzo di materia, quanto poco possa importare al Sole, altro granello. Pensiamo ad un uomo, ad una malattia, guaribile oppure no, uno sconquasso dello stato di un individuo che crea conseguenze sanabili ed a volte no. Il tratto della natura e' netto. Essa ti da perché tu carpisca, poi toglie perché tu capisca. Essa ti emancipa e poi ti distanzia, come una fisarmonica di sogni e realtà, quando inizi a comprendere il perché questo ciclo ti serve, vedi il centro della spirale e da lì un' ascensore ti porta all' esterno della spirale successiva, quindi tutto reinizia da capo.
All Rights Reserved - Roberto De Sanctis
13/09/14
Il mio Tempo.
Come una colla adesiva e con somma sorpresa mi accorsi che erano passate tre ore da quando lo avevo incontrato. La conversazione più fitta, più rada, aveva avuto risvolti che lo riguardavano in tutti gli aspetti della vita che stava vivendo in quel momento ed in quella passata. Per la verità in maniera quasi noiosa lo avevo lasciato parlare, non avendo cura più di tanto per quel che stava dicendo, ma continuavo a domandarmi il perché me lo stava dicendo.
Anche uno psicologo alle prime armi potrà confermare che i nostri comportamenti sono sempre riconducibili ad aspetti della nostra personalità si, ma inquinati da quanto abbiamo vissuto, il come lo abbiamo vissuto invece, agisce in maniera latente e ne affina l' espressione.
Beh, non c' era nulla di espressivo in quel che avevo sentito. Una costante nenia mormorata e narcotica mi aveva fatto socchiudere gli occhi di tanto in tanto.
Ai suoi solleciti sulle richieste di conferma, di quando in quando mi ero perso, non impedendogli di stoppare, almeno per un pò, queste onde magnetiche che mi avevano attanagliato come una tela tessuta dal ragno della peggiore specie e dalla quale non avrei potuto in alcun modo divincolarmi.
Vedevo non davanti ai miei occhi, ma negli occhi, una spirale ubriaca di suoni che mi paralizzava.
Fu a quel punto che la mia mente si ribellò. Iniziai a viaggiare per conto mio, volevo fuggire da quell' oblio fonetico che mi stringeva ad un angolo come un pugilatore che le sta prendendo di brutto. Volavo come un airone nei miei pensieri, pensando a quello che avevo fatto e a quello che avrei dovuto fare. Ero uscito da me, temporaneamente, per assentarmi un pò e dissociarmi da quello che stavo vivendo. L' airone planava anche sulla conversazione, e credetti che fosse anche egoista; chi poteva avere a cuore le sue cose così tanto da poter pensare che dovessero essere prioritarie rispetto a tutto il resto delle cose di chi lo ascoltava? Ebbi una punta di rabbia per questo...l' airone intendo. Volò via di nuovo, più veloce di come era arrivato, famelico di nuove notizie diverse e deluso dal bassissimo tono che avvolgeva quel tempo, come avevo deciso di viverlo.
Per la verità avrei potuto congedarmi con una scusa ed andare via, ma era tanto che non incontravo quella persona e non me l' ero sentita di essere cafone al punto che mi sarei potuto salvare.
Ovviamente nel trascorrere della conversazione il mio pensiero era andato mutando, anche piuttosto velocemente.
L' airone volava sulle scogliere dei miei impegni, planando sulla fine del lavoro svolto e sulla cena che mi stava aspettando. Gli amici mi avrebbero senza dubbio purificato. Una quarantena necessaria che avrei goduto avvolgendola al mio nuovo tempo e come recupero di quello vecchio, perso.
Ma perché lo diceva a me? Tutta questa voglia di tirar fuori questa voce strozzata, come si fa ai palloni gonfiati quando gli si tende l' apertura per farli suonare stridenti. Vada per la componente nervosa, ma posso essere io lo sfogo di questa componente o, peggio, e se lo facesse con tutti quelli coi quali parla?
Voglio andare via! E l' airone spazia fino al cielo ed alle stelle, non c'e' bisogno nei miei pensieri dell' ossigeno per respirare. Schivo satelliti e vedo luci anomale, la luna è lì che si fa guardare, con suoi crateri immensi che dalla Terra non si possono vedere così bene, mentre lui parla...
E l' airone prosegue, dallo spazio va a quando ero bambino, ed apprezzavo giocare con chi adesso mi stava tediando. Quei nascondigli segreti al tempo delle replay, con quei banchi e quegli zaini così pesanti mentre il pomeriggio raccoglievo la terra con la benna della mia piccola ruspa, per poi andare a quando mia nonna mi faceva mangiare le olive sulle scalette e ancora tornare sul motorino con la mia ragazza quella volta che cademmo e lei si fece male, ed i pantaloni raschiati dall' asfalto che avevamo grattato.
Spirale di frasi e tempo noioso nel quale stavo rivedendo lo spazio ed il tempo. L' airone spiegava le ali, l' odore del cloro mi faceva tornare alla mente il sapore dei supplì che mia madre ci comprava quando uscivamo dalla piscina. Via sopra uno stadio pieno con le torce accese, oltre il Pordoi e mio padre che mi richiama mentre mi avvicino ad un crepaccio. Ci sono le Estati in Corsica in catamarano e quelle in montagna sul Gabiet, così come gli Inverni a giocare ai soldati o con le macchinine di fronte al camino. La scuola, le delusioni e le cose vinte, gli amici e le persone che mi hanno fatto incazzare, o quel giorno che il cielo arancione ci piovve sabbia dentro l' auto con papà.
Tre ore a volare per non ascoltare, altri viaggi fatti e da fare dentro un limbo incatenato di noia che deve passare. Alla fine di tutto, mentre saluto e vado via, penso che tutto quel tempo in realtà non è stato realmente perso, per lo meno da me, anche se non ricordo nulla di ciò che mi ha detto.
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