16/06/16

Sulla strada per Sheki.




       Passata la buriana placa il vento e torna ad ascoltare quel che di se ha lasciato a terra. Raccolto fra le frange di un benessere che lo pervade schiaccia dei bottoni per accedere alla linfa nuova che gli scorre al fianco e che lo irrora. Nuvole si aprono come cerchi facendo piovere fasci di luce sul terreno e dal terreno un' ombra affiora dove gemiti sono inghiottiti da radici spesse e da fangose masse di corteccia. Fiele e velenosa iattura quell' idea che cavalca mentre una nuova giungla di pastelli si dipinge tutt' intorno. Meccanica scissione fra le colline di fango e quelle basi, così liquide che sotto il peso delle stesse collassano per divenire sfera con un nuovo anello al centro. Alberi di parrozia sorreggono legando a loro un falsopiano che altrimenti annegherebbe sotto l' incedere di quel calore fuso. Fuochi fatui pronti ad esplodere alimentano fiammelle che, come lucciole, di notte illuminano indicando ostacoli, e negli stessi fra un color arancio e l' altro, e il rosa, e arancio ancora, trova la forza di correggere il cammino e la benevolenza del terreno che lo aiuta a non cadere. Pendii scoscesi attendono, mostrando la diversità in una ricchezza unica. Macchie di neve e guano, rimane a contemplare il cuore di quell' opera che adesso asciutta si diffonde. Colori colano come il vapore di uno strano magma che si sposa con il mare, e nello stesso strano mare atipiche reazioni e continue ricerche permettono al contempo di sfruttare e conservare tradizione come fosse dei millenni un indice raccolto in un sottile tomo. Selve del fiume Kish, affacci di molteplici terrazze fra le veglie di una caccia che si sta per consumare. Mescola il risveglio e il fiato di radura mentre l' alba scioglie e affumica quel caravan serraglio dove viandanti e cavalieri si risvegliano per allungare i rispettivi viaggi.
Piccole tessere di vetro colorato, l' una nell' altra senza che a legarle sia alcunché. Tasselli del tempo spezzati fra una notte e un giorno, fra un millennio e un altro, ad affermare con mano sapiente che l' arte del Palazzo di Sheki e' un albero di dura parrozia anch' esso, ed e' volto non a farsi ammirare, ma a riaffermare, ove chi osserva lo comprenda, che attraverso il tempo anche uno sfortunato naufrago può ritrovare un' isola che gli dia asilo. Quesiti o risposte, oppure entrambi. Attraverso religioni ed incontri, fra stoffe, scambi commerciali e di culture, siamo nell' esatto punto dov' e' passato tutto, ed in quel tutto ora riposa il convincimento che pur se navigato o camminato a lungo nelle verdeggianti praterie di un limbo fra cime innevate, esiste un Eden di confronto e comunione. Pietre come tante e culla al contempo, terra remota eppure prima ad essere calpestata dall' umano divenire. Appaga nelle immagini e nelle richieste ridondanti che alla fine si pretendono. Come una conca di resine lasciate a riposare, il tempo gli passa attraverso brandendo la scure dell' immobilismo, quasi a giocare od uno scherzo o un tiro a chi lo fa passare. Esercizio all' azione ed alla guerra, eppure una pacifica soluzione fra le fronde agitate che raccontano di melograni e di pugnali. Dove i clan, oppure la famiglia sono in cima ad ogni cosa e come tante sorgenti esplorano nella purezza il manto di un concetto che più lento li attraversa. Nebulosa fatalità e nemmeno il tempo di un tè immaginato. E mentre osserva tutta quella bolgia di colore, ironia di una sorte che doveva prevedere, non si accorge che dov' era fermo il tempo in realtà già se n' e' andato. Altra vittima di una staticità che lo possiede e muove.



Roberto De Sanctis - All Rights Reserved

15/06/16

La passione dei primordi.




            E se mi leggi lo capisci che stasera penso a te. Anche se non ti ho mai toccata come avrei voluto e come avrei dovuto. Ci sono cose che rimangono dentro custodie spesse come gli anni e si conservano dentro il calore che monta pensandole di tanto in tanto.
Una di queste sei tu, donna insolente che mi sei apparsa come fossi concubina. Hai avuto il cuore di chi osa senza averne il fegato. Ti avrei guardata aggredendo i tuoi capelli per raccoglierli nella mia mano, e questa e' la sera adatta per tutto quello che fra la testa e l' assoluto isterico abominio della parte pubica adesso mi sovviene.
Un collo da leccare e da odorare, con le rotondità di una chiglia esposta come quando la nave e' in rada, con tutte quelle fasce lucide che mi facevano desiderare di arrivare a morderle mentre con l' altra ad esplorare le fattezze delle carni e assaporarne al tatto il palmo e il dorso mi eccitava.
Sagoma da sovvertire e possedere. Agitarsi e poi concedersi, ma lentamente, abbandonando forme e ferendosi di liquido calore e desideri fra le frange di un attonito tremore muscolare.
Scosse, tante piccole scosse, che come cime e vele, ora schiave del vento tirano una nave senza timoniere né timone. Ma quell' idea di starti fra le cosce ancora non va via, di assaporare il gusto di una pelle lucida che ancora mi tortura, immaginando cosa sarebbe se in quel contesto avessi agito come suggerivano gli eventi e non com' era ragionevole pensare.
Persa nei meandri di un bon ton che non ho mai avuto e' oramai la ragionevolezza. Ciò che resta e' un odore che ricordo appena, di quando ti fermavi e quando quel lurido abbraccio aveva il tempo di scrollare dalle mie pulsioni il ribollire del mio sangue. Durava qualche attimo di più, giusto il tempo per concedermi di separare ancora quel labile inutile spessore fra la pelle e il sangue che mi corre dentro accelerato.
Cingerti a me se ti divincolavi per andare. Tenerti fra le braccia fino a farti cedere, fissandoti negli occhi cercando di spegnere il riflesso con quel fuoco che lo sguardo masticava.
Tutto il tuo corpo finiva per abbandonarsi. Mentre ti voltavo per aggiungere ai nuovi pensieri ancora brace, ti prendevo il collo, stringendolo il giusto fra le quattro dita e, misurandolo col palmo della mano, mentre toccava al pollice percorrere volgarmente ed in maniera grave il perimetro della mandibola, anche lei abbandonandosi piano alle mie cure.
Io la scrutavo bene, aspettandone un' esplosione che con il freddo soffocava nuvole di soffice respiro, mentre dal fianco destro, che avevo imprigionato nella morsa per far aderire bene le rotondità del tuo eccitante culo al mio sesso, d' un tratto abbandonava per salire, il dorso della mano, e sperimentato il fianco si voltava divenendo palmo sulla pancia e poi sul seno.
In quel momento anche l' immaginifico ricordo voleva andare via, perché tenendo nella mano e palpeggiando la rotonda ghiandola, sentivo il cuore tuo aumentare i battiti, e quasi esploso ricacciava dentro con torsioni e spasmi il tuo torace, mentre il respiro ti buttava avanti favorendo ancora una migliore conoscenza fra le mie protuberanze e le tue natiche.
Ed e' così che in una frenesia di movimenti schizofrenici cercavo di rimpossessarmi, istante dopo istante, di quell' anca che a tratti continuava a dimenarsi tentando di sfuggire, per poi concedermi un altro passaggio sull' erotica pancia e sulle tue tette, sfruttando tutti i tuoi attimi di cedimento, e cercando di sfiancarti al meglio per portarti nella stessa area di passione dove ero fermo pazientemente ad aspettare che arrivassi.
Analizzando con dovizia di particolari l' esatta forma, le dimensioni, l' eventuale differenza e l' adorabile quesito della forma del capezzolo, contando poi di ritornarci ripetutamente in seguito, non potevo non ammirare i riottosi movimenti del collo, oramai braccato, e il conseguente veleggiare della tua straordinaria profumata chioma.
Ammiravo tutto della donna che sei, con vergognosa maleducazione mi volevo prendere ciò che il desiderio mi aveva spesso frammentato fra la testa e il sesso. Scioglieva liquidi e li scioglie ancora, quando io ti penso, e in un istante la mia mano corre ancora dentro le tue gambe.
Trattando tutto l' accaduto e l' insuccesso come fosse distante in maniera assoluta da tutto il resto, mi sono disegnato un angolo di sudicia passione che mi lega a quella selva di ricordi che ho tentato di sopprimere anche a lungo, pur senza riuscirci. L' ardire di quel frenetico movimento e la mia lingua che assapora, e la tua, tutti quegli angoli di pelle bianca, continuano a lasciarmi dentro uno scrigno di desideri inconfessabili nel quale e' superfluo riflettere, uno scrigno dove tutte le regole appassiscono e fuggono via al cospetto di una selvaggia primordiale percezione dell' altra, dentro e su di me.
Sei stata tutto anche nello spazio dove non sei stata. E se non ci fossi stata non sarei nulla di ciò che adesso sono. Non e' un fiume in piena a sommergere, ma quelle scosse energiche di voglie indicibili che si accompagnano a nottate dove ciò che non e' detto pesa più di mille dighe e ci sconfessa. Quello si, ci sommerge fino a farci annegare in un oblio distante anni luce dal bon ton e dalla buona educazione. E' in quello stesso oblio dove, io credo, si annida la passione dei primordi: quella che tutto permette, quella che tutto perdona, quella che tutto ottiene.


Roberto De Sanctis - All Rights Reserved










03/06/16

La contraddizione di Cincinnati.




        Canditi e zucchero filato. Espongono di tutto e sono pieni di colori. Palline da ping pong e piccole brocchette piene d' acqua. E se ne infili una vinci pure un pesce rosso. Distese di croccante, liquirizie e caramelle. Giocattoli e magliette, panini e poi bevande. Eserciti di famiglie che comprimono sul lato della strada, bambini ammaliati da tutte quelle luci ed una eco: "me lo compri?" che quasi come un mantra si diffonde. Alcuni soddisfatti tengono il loro giocattolo fra le mani, le mamme più accorte e parsimoniose mettono la "refurtiva" in borsa abbandonandosi ad un laconico "lo apriamo a casa", come se il gioco preso fosse una conquista da conservare e riservare ai posteri. Qualche creatura piange e qualche altra e' trascinata ma non vuole andare via. In un fiume come questo plotoni di folla masticante assapora, mentre l' odore dei frizzante delle caramelle gommose e del croccante, roba da far cadere i denti, si diffonde ovunque, alternandosi con quello delle carni cotte sulle piastre di ambulanti che servono panini.
Come un immenso circo in movimento, con delle differenze, certo, ma se i cavalli non ci sono e non ci sono i domatori, le giostre ed i cavalli a dondolo saziano comunque quei piccoli sorrisi ed appagano le dolci pretese di tutti quei bambini. Così ero io, bambino, e mi ricordo ancora tutto. Estasiato da quelle immense file di furgoni colorati. La mano di papà e quella di mamma. Io e mio fratello fra la gente ed i rumori, mentre i profumi ci schiacciavano su quelle panche nell' attesa di mangiar qualcosa. Come tante musiche di carillon si alternavano quelle luminescenti giostre a quei furgoni invece, che diffondevano una musica moderna. A far da corollario a tutto quelle luci intermittenti messe dal Comune per accompagnare il tutto.
Logiche commerciali che a suo tempo mi sfuggivano. Pieno di tutte quelle immagini come una banca dati analizzavo rallegrandomi e assorbendo quelle novità che in quei momenti mi facevano felice.
Oggi sono qui, attonito e disgustato, da quanto visto, per fortuna solo visto, nello zoo di Cincinnati. Per la disattenzione di un genitore che non e' nemmeno degno di esser chiamato tale, un piccolo bimbo cade nelle "grinfie" di un gorilla grande e grosso che, per tutta risposta, ma certo ingovernabile nelle reazioni, ha il primo istinto di proteggerlo ed accarezzarlo. Lo prende per la gamba e lo trascina in acqua, poi si ferma, lo alza in piedi e continua a trascinarlo per spostarsi, sotto i nervosi e terrorizzati "oh my God" della folla che assiste in quegli attimi. Una bestia feroce, per quella folla urlante e per quei macabri inservienti di quella struttura anacronistica. Una struttura, quello zoo, che e' esattamente come tutti i circhi che esibiscono animali. Finché povere bestie servono per fare cassa va bene, ma se l' errore umano genera un comportamento, qualunque esso sia, anche non bestiale, allora l' uomo si riprende il suo diritto di decidere di tutto quanto, vita della bestia compresa.
Certo, perché la bestia ci spaventa, ma noi dobbiamo avere il controllo su tutto, anche sulla nostra paura, ma un bambino portato allo zoo no, quello possiamo tranquillamente accantonarlo, perderlo, disinteressarcene e farlo cadere nella "gabbia" di una bestia feroce.
Ed e' proprio così che e' andata. Salvo il bambino, vittima delle attenzioni di un gorilla adulto, morto il gorilla, vittima dell' altrui stupidità e del desiderio umano di avere il controllo, salvo sul proprio figlio caduto (non si sa poi nemmeno come) s' intende, e fatta salva l' incapacità di chi quel posto lo aveva costruito per non fare in modo che quanto successo potesse accadere. Dunque cosa dire?
Bravi gli inservienti, prontamente accorsi per abbattere la bestia. E brava quella mamma, o quel papà, che finalmente riabbracciano il suo bambino ma hanno sulla coscienza la vita del gorilla. Brave tutte le persone in quello zoo, e negli zoo di tutto il mondo, che settimanalmente alimentano un mercato vergognoso frutto solo dell' egoismo dell' uomo. Parliamo dello stesso egoismo che adesso i genitori del piccolo, magari sulla sedia a dondolo fuori da casa (come in tanti bei films americani...), tenendo in braccio la loro creatura, sopravvissuta, penseranno al pericolo scampato, abbracciandolo e forse piangendo, e racconteranno a centinaia di persone dell' accaduto quasi come fossero dei reduci.
Un bravo va anche a quelli del circo, di tutti i circhi, che a trapezisti e clowns alternano domatori di bestie feroci drogate appositamente per mostrare la capacità del domatore senza rischio alcuno per la sua incolumità.
La cosa che resta, l' amaro in bocca per questo ennesimo episodio che denuncia in toto il profondo egoismo dell' uomo: l' abbattimento di una bestia in cattività. Probabilmente i bracconieri, o i cacciatori di un safari, avrebbero potuto fare meglio anzi, sono sicuro che il bracconaggio, o la caccia grossa, come la definiscono, hanno davvero molto più senso. Anche se la lotta resta impari perché fucili e calibri mostruosi regalano un vantaggio troppo grande al cacciatore e troppo svantaggio alla preda, almeno il campo e' aperto e non ci sono muri che possano braccare quelle prede limitandone il movimento.
Ecco, in questo vedo un pò quei pesci rossi dentro le buste di plastica piene d' acqua che riportavo a casa di tanto in tanto quando ero bambino. Ho provato a crescerne più di uno, sacrificandoli tutti al mio egoismo. Ho visitato il circo e lo zoo alcune volte, e pur rimanendo ammaliato sempre dagli incredibili straordinarie esemplari di tigri, leoni, elefanti e quant' altro, a mettermi tristezza sono stati sempre gli uomini, clowns compresi. Riflettendo sull' episodio di Cincinnati, mi domando davvero quanto siano necessarie strutture che mostrano esemplari catturati che non avrebbero altra voglia se non di starsene tranquilli nei loro habitat originari.
Quanto ancora la razionalità tenterà di ingabbiare l' istinto? Per quanto tempo ancora il preconcetto dovrà vincere sulla libertà? E' insito in noi... il controllo intendo, e sarà anche la causa della nostra fine, se non ce ne liberiamo in tempo. Abituandoci al controllo, anzi volendolo, perderemo presto di vista cos' e' l' istinto, ad esempio quello genitoriale, come e' successo a quei due, perdendo il loro figlio e facendolo precipitare in una gabbia di 7/8 metri. Non e' giusto che si prenda una posizione: povero bambino o povero gorilla non serve. Serve disincagliarsi da questo stato emotivo che sommerge la collettività e che ci vuole succubi, in toto, di quanto ci viene propinato. La dove non c' e' una tessera, esiste il biglietto, e viceversa. Dopotutto, non possiamo ignorare che anche l' uomo e' una bestia, e come tale, e' opportuno che riguadagni ciò che e' suo e che lo caratterizza da sempre, a prescindere da tessere e biglietti d' ingresso.



Roberto De Sanctis - All Rights Reserved

18/05/16

Cannonate e fiori.




        Cannonate e fiori. Stratagemmi per creare quelle aspettative e al tempo stesso farle naufragare in questa realtà dolente che da tempo oramai ci attanaglia. Rimedi grandi come cave di salgemma, e nelle stesse polveri, medicinali obsoleti che ci aiutano a remare sulla linea di queste acque placide e sempre senza alcuna novità da presentare. Come un cannibale respiro a pieni polmoni per fagocitare il senso di un velluto soffice che mi comprime e si rilascia dilatandomi. Cristalli di luce che lacerano trapassando gli occhi per giungere alle onde liquide che come una noiosa cantilena vanno abbandonandosi verso la riva. Tutto questo e' in me, o meglio sono. Senza antenati ne futura stirpe, cullandomi dentro la brezza che propaga anche al mattino, quando la prima aurora giunge a scogliere le nebbie fra le valli e si rischiara pietra al sorgere del cerchio rosa.
Un setaccio dove sensazioni e ricordi si scontrano per poi filtrarsi nelle reti del tempo. Dove tutto va ad incastrarsi fra ciò che dai primordi si accompagna fino all' ultimo alveare costruito. Viaggiano insipide le futili intuizioni che si sono abbandonate alla grandezza della vetta che distoglie. In questo mare diagonale di brina, dove i cristalli ed il pulviscolo si affrontano per poi legarsi insieme nelle nebbie, dove le cime degli alberi rilasciano come frustate aliti di venti mescolati a profumi di resina, appare in tutta la sua contezza la bellezza del volo di un falco che si leva per la caccia. Esso plana immobile per poi correggere violentemente, padrone delle sue emozioni, e con metodo finalizzato al suo scopo. L' unica nenia appare ciondolandosi dal collo al becco, dove un costante e intermittente incedere della sua testa compie analisi del campo di caccia per ricercarne la preda possibile. Di nuovo cannonate e fiori, dove le stesse aspettative adesso mutano in un' altra vita e in altre potenzialità, cullandosi nel necessario viaggio del rapace e che ha deciso ed ora vaga fra quegli aliti di vento come fosse anch' egli stesso il vento. E in questo nuovo sorgere il croccante frammentato terremoto di quel liquido che si diffonde fino a giungere al terreno. Tutti microsismi fra la materia, la flora ed il risveglio. Le immense intensità di un fiordo e la temperata scena di una prateria, esplosioni intime fra gli aghi ed il fogliame e delusioni macere al terreno che finiscono per divenire linfa per la nuova vita che si affaccia. Coriandoli e pezzi di corteccia si rinnovano gettandosi dai fusti fra le foglie e poi più giù, fino alla terra. Candide rigogliose novità nell' umido sentiero affiorano lanciandosi sopra il terriccio e facendo di vegetazione aridi ricordi fra le nebbie. Corde di legname e ciuffi d' erba fra la brina adesso brillano dentro lo specchio delle prime acque che rimangono a nutrire. Cervi e lontre, poiane e nibbi, ma anche egli stesso, appaiono su quella riva per cercare il primo sorso mattutino. Dall' altra parte un orso bruno scuote il pelo e si massaggia le zampe con la lingua, volta il collo e dai due cuccioli che arrivano a seguirlo si capisce che e' una femmina. Tepore, risveglio, amore. Una natura che esplode e la bruma che va dissolvendosi lentamente. Ricomincia piano la vita per tutto, dondolandosi sui primi rumori di una ritornata attività che a breve si farà spasmodica facendo esplodere in tutta quella sua intensa bellezza sciami di colori e nitide immagini che danno il senso ad un paesaggio che cattura privo solo di quel suo movimento. Un incanto, ed appunto, cannonate e fiori.


Roberto De Sanctis - All Rights Reserved

11/05/16

La desertificazione dell' anima.




        Questa struttura urbana avviluppa e ti inghiotte. Quasi come fossero tante unghie di metallo, stringono il collo fino a farmi soffocare. Colate di cemento in lento movimento affondano nella rada dell' asfalto, dove crepe di continuo alimentano feroci e lacere, verso un oblio sommerso di larve, ferraglia e topi che instancabili continuano a scavare.
Cerco di fuggire da questa virale sofferenza buttando lo sguardo oltre il confine. Dal basso il limite del cielo ed i palazzi che lo imprigionano assomigliano ad una gabbia concepita per questo scopo.
Deglutire le tonnellate di una tangenziale percorsa continuamente da ferraglia col motore acceso e' nulla se paragonata all' esplosione edilizia che come funghi ha fatto sorgere delle escrescenze, protuberanze di una cute anziana come cellule tumorali che si diffondono impazzite e verso le quali nessuno fra gli assennati senza potere può nulla.
Una desertificazione dell' anima, che non propaga sabbia ma polveri di calce, cemento e pozzolana. Sviluppa sagome geometriche, ed in quei noiosi parallelepipedi i famosi nuclei abitativi, come criceti nelle rispettive gabbie passiamo la vita a rimanere soli insieme. Asciuga, estingue il desiderio, e la capacità di avvertire il simile nel dissimile. Disintegra il bello e rianalizza inconsciamente perfino il nostro concetto di ampiezza e di quiete.
Occorrono questi edifici forse per ingabbiare le menti ed abituarci a non osare mai? Inamidare le esperienze dei singoli e cristallizzarle dentro il nocciolo di una pesca putrida, rendendo concettualmente impossibile l' elevazione dei primordi, quello che gli antichi sfruttavano come spinta per sollevare l' intelletto e lo spirito insieme ambendo alla più alta idea di indipendenza e libertà.
In pochi simboli come questo esiste il paradosso di questo tempo: ci siamo sdoganati dalle idee dipese per averne delle nostre, e nell' esatto istante in cui tocchiamo libertà inesplorate arrivano altri dogmi ad irretire e chiudere i nostri confini. Come palazzi di cento, mille piani, sognate le esplosioni delle personalità, alzando gli occhi sgretola inghiottendo parti della stessa carta che ci volle inclini alla Poesia od alla Musica.
Svuotati in pochi decenni della gioia e dell' esistenza condivisa, torniamo lentamente alle comunità ma con una visione errata ed allo stesso tempo errante. Vaghiamo fra le soluzioni perse colmi di problemi e di una predisposizione miope al subire.
Operose le api di questo alveare, consapevoli che il lavoro svolto, prestato agli altri e per noi stessi, le risorse umane, oltre ad essere molto più che disumane sciolgono le intensità di ciò che siamo quasi fossimo del miele, adoperandoci soltanto per l' ape regina che desidera esser pingue.
Un eretico di questo tempo chi reclama il suo spazio per la libertà ceduta. Un eretico di questo tempo chi incanala il sogno dentro la sua consapevolezza, e che poi lo pretende. Lingua dritta e mente, libere fino a intercedere fra geometrie ed il cielo e a far esplodere nei simboli questa Cultura che ci vuole assoggettati a noi stessi. Primo nemico quell' incapacità di osservare e di goderne frutto, domandandoci quanta parte del problema arriva dall' esterno e quanta invece risiede in una strana concezione di una macchina teleguidata.
Solventi che agiscono per riportare ad una netta struttura, violate le pressioni anche minime fino a divellere i confini, ascolto il tremolio del terreno mentre i ratti vengono schiacciati come fosse nuova linfa per le fragili cervella di persone nuove.
Sarebbe immensamente calmo un mare che si mescola ad onde placide ed enormi ghiacci che sospingono. Così come ossimoro diverrebbero le onde di tsunami che attaccassero la riva. Il cielo si mescolerebbe all' orizzonte ritirandosi per poi apparire nuovamente sottile nel confine. Ed in quella fessura il resto, colmo di piogge, fulmini, elettricità ed ossigeno, e dove le nuove geometrie dispongono verso i fondali e verso gli archi, ma non verso un soffitto che si cela.


Roberto De Sanctis - All Rights Reserved

04/05/16

Urban Beauty.




           Quella del Martedì dopo pranzo era oramai una consuetudine come altre ne avevo spalmate sulla settimana a scandirne il tempo ed il trascorrere. Come per anni lo straordinario happening era l' incontro con Gaspare che con il pullman arrivava e se ne andava cambiando soltanto il pilota accompagnatore. Mai una capigliatura differente, mai una tonalità di brillantina più o meno intensa di ogni volta precedente.
Gaspare era un tipo rimasto agli anni '80. Mi domandavo se non fosse cresciuto mai o se fosse proprio nato in questo modo. Persona cortese, assolutamente gradevole, ma spesso ovvia, quasi noiosa, e quando poi mi licenziava col suo "ciao Robi", all' improvviso tutto il peso di questa sua ovvietà lo portavo via con la vettura insieme a me. Il mio percorso mentale era assolutamente lo stesso, mi ci voleva almeno una decina di curve, la frenata di qualche signorina sbadata ed un paio di semafori per scrollarmi di dosso la pesantezza di quella routine. Credevo di essere nel film "il giorno della grande marmotta". Non so se avete visto quel film, ma parla di un tizio cui tutte le mattine alle 06.03 suonava la sveglia, e tutte le sante mattine doveva affrontare le stesse identiche cose. Era praticamente divenuto ostaggio di questa sua realtà, come in effetti lo ero io di un pullman bianco che arrivava e di un "ciao robi" detto sempre con lo stesso tono, perfetto.
A volta avevo perfino pensato che mi sarei potuto registrare, districandomi semplicemente da quel festival delle ovvietà coi contenuti della settimana precedente; poi non l' ho mai fatto, ma non e' escluso che qualche giorno di qua a venire, magari di Martedì...
Quel Martedì ero arrivato stranamente in anticipo. Avevo anche avuto il tempo per fermarmi a mangiare un pezzo di pizza per pranzo, guardandomi bene, ovviamente dall' acquistarla e consumarla in uno di quei postacci fra la stazione dei treni e quella delle linee dei pullman. Non ci mettevo mai piede. Sarà forse stato per la presenza costante di nomadi a chiedere l' elemosina ( e spesso a "fare" i portafogli dei malcapitati); forse per quel costante via vai di facce che si succedono e che, no si sa il perché, vanno sempre di fretta; o magari per la massiccia presenza di Forze dell' Ordine, spesso somiglianti più a dei bivacchi che ad elementi per dissuadere gli eventuali malintenzionati e, nel caso, braccarli. Poi da qualche anno ci si era messo anche l' esercito, ed io osservavo quei "pischelli" col fucile in braccio vicino alla camionetta verde colloquiare amabilmente fra loro e con la ronda di Carabinieri che di tanto in tanto passava.
Insomma, non mi piaceva il clima, l' ambiente sporco, l' odore della ferraglia dei binari e tutte quelle vetture e quei bus che al passaggio scaricavano sull' asfalto esplosioni di nero denso come un motore diesel anni' 80 che cambia la marcia. Risultato: avevo mangiato in una traversa di Via del Portonaccio, posto mai visto prima e che non vedrò più. Non mi ero fidato della pizza vista sul banco, quindi avevo chiesto al ragazzo che serviva se era possibile aprire un pezzo di bianca per metterci del crudo dentro. Lui, cortesemente, aveva accondisceso e mi ero almeno cautelato dal prodotto stantio della mattina.
Avevo assunto il profilo del dilettante. Io guido e lavoro in macchina, e tutte le categorie che guidano e lavorano in macchina in giro per la caotica Roma, tassisti come autisti dell' Atac, rappresentanti come netturbini, o pony express, come primo dogma (potete anche chiedere, vi diranno...), hanno il calcolo perimetrale e la conseguente scelta dei posti "praticabili" dove fermarsi e mangiare. Chiaramente questo avviene in base alle possibilità di spesa, che determineranno se la tavola calda oppure il ristorante, la pizza a taglio oppure la gelateria, ma "professionisti". Beh, io quel giorno non lo avevo fatto.
Avevo determinato di fretta quella pizzeria, concentrandomi più sul pullman che stava arrivando. Avevo fatto "costruire" la pizza meno rischiosa e me ne ero andato. Continuavo a morderla e masticarla mentre rapidamente mi recavo al solito posto, dove Gaspare mi avrebbe raggiunto per portarmi un rinforzo d' urgenza di caffè che avevo finito.
La zona intorno alla stazione Tiburtina era tutto un cantiere e strade interrotte. La solita gimcana mi aveva permesso sviando, e rischiando di investire un pedone che si ostinava a camminare in mezzo alla strada, di arrivare al punto dove io aspettavo il pullman. A quel punto avevo abbassato i finestrini e spento il motore della vettura. Era Primavera inoltrata, e a dar fastidio quel noiosissimo polline che fioccava come fosse neve, io ero rimasto nell' abitacolo per evitarlo, ma dallo specchietto retrovisore vedevo il chiosco che vendeva bibite e, più in la, quel favoloso "nasone" dal quale sgorgava un getto possente di acqua fresca.
Per un istante pensai che un posto del genere non meritava una fontana così. La politica miope delle gestioni comunali precedenti, aveva fatto si che uno dei pezzi di storia della nostra città, proprio "er nasone", fosse ridotto a mero discorso estetico. Probabilmente la chiusura della gran parte delle fontane era stata voluta sotto la spinta di quelli che con i chioschi e gli ambulanti avrebbero trasformato le bottigliette d' acqua da mezzo litro per i turisti in un impressionante businness, ma così facendo era venuto meno un legame quasi morboso fra la popolazione della nostra città e le sue fontane.
Si, decisamente non lo meritava. La stazione Tiburtina era il risultato di tutte le nefandezze di quella politica rovinosa che teneva Roma in ostaggio. Aveva i suoi cantieri e i suoi lavori in corso, immancabili erano le buche e le voragini per le strade. Si percepiva perfettamente il senso di abbandono e che fosse un territorio di conquista per le scorrerie dei delinquenti. Poi, come se nulla fosse, la straordinaria opera pubblica commissionata all' ingegnere "di grido" di turno che trasformava tutto in un ossimoro estetico che distruggeva la fantasia e la coerenza della scena. In buona sostanza l' ennesima Cattedrale nel Deserto, già, perché le razze stanziali che popolavano quella zona erano numerose come tribù, solo che non ne possedevano la rispettiva disciplina.
Fu proprio in quel mentre, dove mi sentivo spappolato fra la routine di una sequenza già vissuta prima che succedesse, e la dannata ribellione del mio senso estetico a tutto schifo e quel via vai di follia senza meta e di formiche agitate, che un moto reazionario crebbe in un momento dentro di me per farmi esplodere. Dovevo sostituirmi a quella realtà che stavo subendo passivamente. La portiera scattò e fui pronto a scendere. Mi rifugiai nel mio sguardo che adesso voleva ignorare tutto e fuggire. Fissavo l' albero e quel cancello chiuso. Dentro, un giardino abbandonato dove topi e forse serpenti potevano gozzovigliare a piacimento, il tutto a 4 metri dall' asfalto e a 10 dagli stalli della stazione dei pullman. Guardavo tutto nei minimi particolari, ferocemente mi incaponivo sulle scritte ' amore sul cancello e sulle celtiche e falci e martello. Le oscenità che mi stavano riempiendo gli occhi erano comunque riuscite a distogliermi da quell' oblio più vergognoso dentro il quale avevo rischiato di precipitare prima. Avevo dimenticato l' esistenza del chiosco, e la stessa esistenza del "nasone". Non volevo vedere nulla, tant' e' che nell' attesa volsi lo sguardo verso la diramazione della tangenziale e ne raccolsi anche qualche foto. Pensai: "sopra il cemento vedo il cielo", dunque val pur la pena del cemento negli occhi se serve ad osservare il cielo.
Distante da tutto il resto, solo dopo qualche lungo minuto riuscii a dirigere lo sguardo e a ritornare sul terreno. Fu in quel momento che una coppia di persone anziane stava attraversando. Vestiti lisi ed un' età avanzata che non nascondeva acciacchi. Il passo di lui che claudicante si aggrappava a lei, e lei lo sorreggeva. Una giacca e un pantalone largo su delle "Superga" ai piedi. Lei rigorosa. Ce la faceva più di lui, nella sua capigliatura attenta ed ordinata l' ancora viva voglia di sentirsi donna. Isolavo nell' immediato il concetto di dignità e tutto l' amore di una vita esploso in quel tenero gesto. Li fissavo da lontano, mentre piano stavano arrivando. Rimasto immobile per degli istanti lunghi avevo il fuoco nel mio cuore. Grazie a loro, acceso, ora ero vivo, e parte di quel sogno che vivevano per una intera vita. Null' altro in quegli attimi fu più importante. Il brutto di quella scena era anacronistico al cospetto di quella sagoma di un individuo in due dopo tutti quegli anni. Via la stazione, strappata dal terreno, via gli edifici, volati verso il cielo col cemento, l' asfalto e sospesa, la camminata delle due persone anziane.
Chissà se qualcuno li ascolta ancora e li sostiene, così come fa lei con lui nel suo problema. Io debbo dire grazie a questo amore. Un briciolo di intensità nel piatto mare stanco di quella routine voluta per ammazzarci i desideri. In un solo momento tutto vola via e quello che resta e' immensità di un amore da insegnare, Maestri.



Roberto De Sanctis - All Rights Reserved
 

03/05/16

Cimbali e musiche di neve.




         Lunghe, lunghissime ore sotto la tormenta. Cercava di mantenersi caldo come possibile, ma il vento sferzava fino ad entrargli attraverso e non capiva più dove iniziasse il gelo della notte e dove finissero le scosse provocate da quei brividi che lo scuotevano oramai in modo costante. Appoggiato ad un tronco, l' ennesimo tronco, avanzava lasciando solchi profondi nella neve fresca, mentre le tracce lontane scomparivano sotto nuovi cristalli che via via ne cancellavano l' impronta e riportavano uniformità a tutta la scena come s' egli non fosse mai passato prima. Sentiva la folta barba e le ciglia gelare e sciogliersi contemporaneamente. Il calore della cute aggrediva scivolando via un sudore copioso che serrava gli occhi. Tutto alla vista appariva più sottile e l' orizzonte si appiattiva in un 16:9 che talune volte doveva strofinare e poi tergere con l' avambraccio affinché si riuscisse ancora vedere e per non farlo mutare in ghiaccio grazie a quel feroce vento.
Annientate e ora distanti tutte le sue velleità di poter giungere alla meta, vagava come un pendolo attraverso il tempo cadenzando il movimento per ridurne al minimo la spesa ed allo stesso tempo ottimizzarne il risultato. Si era sporto già un paio di volte in alcune radure che gli erano sembrate ottimali per fermarsi a riposare, ma prima una grotta dalla quale usciva un puzzo di carogna e di primordi lo aveva fatto desistere, poi quella sua assoluta convinzione che potesse disturbare il letargo di un orso bruno della montagna, gli aveva consentito di raschiare nel fondo delle sue volontà, adesso fuse con le paure degli spettri e delle sagome immense di quegli assassini feroci che stavano dormendo. L' incedere claudicante disegnava una traiettoria sagomata, mentre le impronte stavano pian piano cedendo il passo a solchi dolci trascinati e stanchi. I rami e la vegetazione rigida grattavano e adesso incominciavano a graffiare, ma anche lo stesso sangue sulle lacere striature del viso coagulava raggelandosi immediatamente ed andando solo a mutare in arancio il colore percepito del sudore al nuovo passaggio dell' avambraccio pronto a detergere ed asciugare.
Violate ed immobili le specie animali di quel buio solo a scatti per la Luna luminoso. Una Luna che di tanto in tanto trasformava in cenere una notte di tenebra dove la neve stava precipitando come frolla su altra frolla e, ove possibile, trasformava il nero degli alberi in un nero ancor più deciso, sotto la mescola di vento e di cristalli nuovi che si andavano depositando tutti intorno. Violacea tormenta ed un suono che piano si diffonde, prima sordo poi sempre più massiccio. Violacee le cime degli alberi funestate dalla rabbia di una neve esplosa e dalle traiettorie delineate dal fruscio fortissimo del vento. Di la dai fitti tronchi si apre una vallata concava ed un improvvisa Luna che si apre fra le nuvole per un rapido istante mostra lumi di una cima che ora appare la. Una mandria di bisonti che in discesa attaccano sembra cacciare via anche il vento. Soltanto quella bassa nebbia fitta e quella neve restano come signore incaute lì per la serata. D' un tratto un costone cede e vede tutto. Più nulla, poi un' altra mandria di bisonti, ora più numerosa. Cavalcano l' intera valle che ho di fronte e temo di affacciarmi. L' immagine di una valanga che precipita l' abisso accarezzandolo per poi trafiggerlo velocemente appare. Solo le polveri di neve mossa giungono ad esplodere fino al confine della macchia scura.
Salvo, lui pensa. Salvo. In un cammino di complesse e già incrostate avversità il passaggio di valanga impatta nel mio tempo più che nello spazio. Vuol dire aspetta e fermati per riposare credo, o per lo meno questo e' il suo messaggio che ricevo. Alberi e salvezza, valle e tremolio piatto di una neve fresca caduta come l' iride di una vetta che dilata. Scioglie ancora il volto fra le lacerazioni ed il sudore, ma adesso scavo. Dal ghiaccio fuggire e trovando il suo giaciglio dentro al ghiaccio. Scava, toglie i guanti e con le mani. Butta via neve ed altra ancora, fino a non sentirne più i residui sulle punte delle dita. Quell' avambraccio che prima detergeva adesso spala, e vuota. Quel buco adesso accoglie, appena nella valle e fra quegli alberi protetto. Poca luce e l' ansimare spinto di un uomo divenuto animale che ricerca nel respiro anche il suo stesso scopo. Compatta e ricurva ora e' l' ellisse che lo accoglie, come una enorme bolla di sapone appare, fra quel bianco friabile e battuto della neve fresca e la salvezza di un nuovo sole che dovrà poi sorgere. In tutto ciò quel lago di umanità che tiene addosso che lo ammala lento, fra quelle sottili linee degli occhi che al risveglio mostreranno un' altra storia di quella sola notte dove la valanga ha ucciso e travolto ma lo ha pure risparmiato.


Roberto De Sanctis - All Rights Reserved