Ogni viaggio si ricrea nel modo in cui pensi le cose. Tutto sarebbe diverso se non lo avessi fatto. Viaggia! Dentro e fuori di te.
31/07/16
Anna.
Quella traccia sottile che delimitava i tuoi occhi quando stavi concedendo un tuo sorriso adesso si mescola ai pensieri ed al ricordo, incastonato dentro quella folta chioma nera e quelle curve dolci che ammantavano il tuo viso. Dei sorrisi che mi facevi fare, insieme agli altri due, adesso non resta che una foto antica scattata chissà da chi, e comunque distante da ciò che gli anni ti avevano consegnato, scagliandoti lontano dalla tua professione e dalle pareti di casa mia, dentro le quali entravi sempre con piacere e buona educazione.
La bellezza risiede talvolta fra le righe stropicciate di un vestito liso, oppure la si può trovare nei più reconditi anfratti di un pensiero buffo che però, dentro di se, cela una malinconia frenetica che può arrivare anche a distruggere.
Ho amato il tuo sarcasmo ed ho apprezzato la tua femminilità elegante. Forse non e' un caso che tu te ne vai proprio in questi anni, dove stiamo perdendo tutto senza accorgersene, e dove il mostrarsi, dentro una ricerca spasmodica di costruzione ad hoc per ogni differente evento, ci rende quanto più mai falsi ed assolutamente immeritevoli di quell' attenzione che talvolta fragilmente richiediamo. Come se fossimo tanti gettoni usati per continuare a conversare, poi non si sa nemmeno con chi.
Via da questa dimensione, come una bambola chiusa dentro un carillon, e dove quella scatola e' la tua malattia che ti ha distrutto lacerandoti pian piano. Allontanato fra le cose che non si usano più, per poi un giorno ritrovarlo, aprirlo e sentire che quella sua musica ancora suona come nell' attimo in cui lo abbiamo chiuso e messo via.
E delle sottili linee di una vita che se ne stava andando non hai più dato notizia. Talvolta, ma solo raramente, raccontandoci del mare che passavi, ma sempre in quel sorriso di donna immensamente affascinante, e che non perde neanche quando e' la sua vita che la sta battendo. Rimasta lì a combattere in silenzio, come il soldato giapponese a cui non era stato detto della fine della guerra, ostinatamente garbata, privata, con quell' idea di essere distante da quel tritacarne che e' la ricca e dannata notorietà, e rilasciandoti in quella dimensione umana che ti era appartenuta sempre e che non avevi mai lasciato andare via da te.
Corpo lascia e il tempo lo cattura, ma invece l' anima lievita e va via, dentro il suo viaggio e nella esatta dimensione che vuole raggiungere per ritrovarsi e finalmente essere quieta.
Sei lì Anna, e quelle immagini trascorrono dicendoti di tutto ciò che e' stato. Adesso tu ritorni a te, e a quell' idea che ti volle nata a calpestare questa Terra nel tuo modo. Parole e inchiostro, di fogli laceri e ingialliti, come le pergamene che nei vasi si ritrovano colme di polvere, e come tutti quei disegni fatti da bambina e messi via che fra le carte di un trasferimento si ritrovano e alle quali non sappiamo rinunciare.
Vai via così, come sappiamo fare noi, dentro un orgoglio silenzioso che ai più racconta poco o nulla, ma che per chi lo sa ascoltare fa un baccano assordante e disintegra un ricordo trasformandolo in una lacrima che scende via. E dentro quella lacrima tutto il dolore e le tensioni si raccolgono per imbrigliarle e farle andare, come una cima che si fissa e che nessuno scioglie che nel vento si tende e flettendo ci canzona.
Arrivederci dolce Anna, veglia carinamente come sai, e proteggi la piana dei giusti come se quelle pareti fossero divelte e ci potessi ancora entrare come hai fatto un tempo.
Roberto De Sanctis - All Rights Reserved
25/07/16
La disciplina e il ricordo.
La magnifica
quiete di queste valli. Il silenzio.
Dove le riflessioni, il tempo che
occorre e' lì da prendere, e basta per tutto.
Dove una visita allieta, e dove un
simposio all' ombra di un fuoco può legare per sempre.
Dove lo stesso fuoco ci fa ricordare
come se tutto fosse rimasto lì esattamente com' era, come se non ce
ne fossimo mai andati via.
Il nostro specchio e nei volti di chi
resta a vigilare. Guardiani della luce e dell' alba.
Affondano le radici e orgogliose si
nutrono di quella pioggia e di quelle sorgenti che alimentano questi
monti.
Che questo convivio non sia soltanto un
convivio, ma anche e soprattutto uno scambio.
Come se la tavola si elevasse, portando
con se un po' di brace e quei piatti da cuocere ancora.
Serve a rinsaldare e a gridare una
volta in più, se ce ne fosse bisogno, che si può, si deve
reclamarla.
Reclama e pretende l' appartenenza a
questi monti schivi, dove anche il silenzio talvolta ha la suo eco e
la sua voce.
Dove alcuni cavalli al pascolo possono
insegnare i ricordi, il naturale abbandono solo a ciò che e'
effettivamente necessario.
Ove e' lo stesso concetto di tempo ad
attraversarci, e resta lì, come se ormai noi non riuscissimo neanche
più a riconoscerlo.
Cammina veloce chi adesso e' lontano.
Altre abitudini, altri impegni, e si sa, l' essere umano plasma se
stesso in base alle sue esigenze.
E' per lo stesso motivo che quel
cordone, ritenuto talvolta lacero, alla fine riesce sempre a
ricondurre dove la strada fu costruita dal solco.
Come una gestante che da alla luce un
bambino, oppure come una nonna od un nonno che scalda il suo cuore
osservando i nipoti crescere.
Tutto attraversa ed il passaggio e'
lieve e ci rallenta riportandoci all' inerzia di quei tempi andati
via.
In questa terra l' impeto e' proprio
solo del freddo, di un freddo vero e del vento che sferza, e che
accompagna quel freddo.
E' buona abitudine resistere a tutto
senza prestare il fianco o farsi cogliere impreparati.
Come se fossimo ciocchi di legno
accatastati, provvigione per l' Inverno, pronti ad ardere e scaldare
mentre si accompagnano altre provvigioni per sedere al tavolo in quel
solito insieme ritrovato e ricordare.
Consumando pasti ed accumulando riposo,
oltre allo stesso tempo. Recuperando per far si che poi si torni a
riafferrare quell' essenza e queste stesse valli, che poi le stesse
non sono mai.
Esse mutano in maniera impercettibile,
ed in un buon bicchiere di vino, ed in qualche grasso sorriso, se ne
vanno via dentro l' inconscio che in quegli stessi bicchieri
macchiati di rosso si riflettono e ci percorrono come noi crediamo di
aver fatto prima con le stesse.
Anime trascorse e violacea traccia di
quell' uva che ci offusca un po' le menti.
Ci costruisce semplici sorrisi. e una
gran voglia di lasciarsi andare e di tornare ad essere lievi.
Senza le curiose abitudini e senza
quelle solite sarcastiche illusioni che ci costruiamo per poi
crollare ove non c'e' lavoro e delle buone fondamenta a sostenerle.
I monti insegnano la disciplina della
fatica e del rispetto. In essi tornare e' gioire del ricordo da la
nuova spinta per quello che sarà a venire.
Cercando la vita in lunghe passeggiate,
ascoltando quello che la corteccia degli alberi ha da dire, e che il
vento al passaggio fra le fronde le stesse fa suonare.
Cumuli di foglie che son funghi. Lepri
che attraversano la strada. Grugniti di cinghiali oppure ancora nuova
mescita apprezzata.
Ed in questo clima di risvegli compie
solenne il passo al suo tempo e ne rallenta il movimento.
Leva ancora un' altra volta il calice a
toccare il cielo per celebrare la ritrovata unità che fa percorrere
la stessa strada.
Durante l' anno non si perde, si
accantona e mette via, per poterla cogliere di nuovo quando il giusto
tempo ed il riposo arriva.
Roberto De Sanctis - All Rights Reserved
24/07/16
Il Silenzio che si Racconta.
Questo scritto va alla frazione di Piedimordenti, Comune di Borbona, Rieti.
Ma va soprattutto ad alcune persone che già da molto tempo ho modo di apprezzare e che si prodigano spesso per la mia felicità e per quella di un nutrito gruppo di miei amici.
Amo la vita semplice, e allo stesso modo rifiuto sovrastrutture, finzione e tutto ciò che della vita e del viver comune non e' nucleo.
Massima espressione di Libertà, come questo dipinto di pastelli dai confini di un immaginario ampissimo e denso, dove un incontro dell' essenziale, del basico, finisce per mescolare gli elementi tutti insieme.
Ma va soprattutto ad alcune persone che già da molto tempo ho modo di apprezzare e che si prodigano spesso per la mia felicità e per quella di un nutrito gruppo di miei amici.
Amo la vita semplice, e allo stesso modo rifiuto sovrastrutture, finzione e tutto ciò che della vita e del viver comune non e' nucleo.
Massima espressione di Libertà, come questo dipinto di pastelli dai confini di un immaginario ampissimo e denso, dove un incontro dell' essenziale, del basico, finisce per mescolare gli elementi tutti insieme.
IL SILENZIO CHE SI RACCONTA
E'
come un orto di cartapesta
Questi
terreni, quì a Piedimordenti
Dentro
un ricordo che come pastelli
Disegna
curve discese dai monti
Se
poi e' l' inchiostro che tinge la mano
A
ricordarci la traccia che scorre
Placido
passa da sempre il Velino
Modella
scene, anzi le vuole imporre
Intima
passa e n' e' testimone
Cambia,
accarezza, poi scivola a valle
Gelida
e' l' acqua ed e' il bene comune
Corre,
si stringe, va via come un folle
Ora
e' lo sguardo che fissa un pensiero
Ritto
si posa su un volto segnato
Racconta
un viso che non sembra vero
Parla
di un tempo che se n' e' andato
Raggruma
gocce che poi fa matassa
Come
se un filo le tenesse insieme
Passa
la vita che pare melassa
Sciolta
in un tempo che non le conviene
Osserva
il tempo e lo guarda negli occhi
Dentro
lo aspettano rughe e un signore
Ecco
che adesso memoria riaffiora
Nei
pochi istanti racchiudono ore
Brilla
scintilla di quel caldo fuoco
Legna
che arde riscalda la fiamma
Piedimordenti
ha dipinto per gioco
Ma
adesso a bruciare e' il mio cuore che affanna
Resta
a diffondersi un fumo di brace
Varca
il confine come fosse un cancello
Passa
un cinghiale poi plana un rapace
Di
un bel disegno ora il cielo e' mantello
Roberto De Sanctis - All Rights Reserved
04/07/16
Le tessere cadute.
Come un elastico rimbalza sulla vita e si rapprende per poi tornare a tendersi e ad irrigidirsi sulle cose, quasi impotente aspetto che la nuova estensione mi dilati su questi giorni caldi che sto attraversando liquido e che mi hanno fiaccato fino a rendermi quest' apatia verso le mie giornate che ora soffro ma che non posso in alcun modo contrastare. Disintegra il mio stato d' animo, rendendolo in piccoli pezzi chiusi nelle stesse situazioni, che di me vivono parti separate di un insieme, e che non sono mai allenato a riattaccare.
Un viaggio spezzato fra le tessere di un antico mosaico, messe in fila come nel gioco del domino e pronte ad essere colpite per cadere a terra. Le guardo camminare e poi cadere l' una dopo l' altra, come tante giornate andate via che non ritorneranno, mentre le curve e tutte quelle tessere che scivolano via m fan pensare a quante cose ho valutato giusto il tempo di un momento e poi ho lasciato andare via distrattamente. In quante notti e quanti fondi di birra ho lasciato parte della mia storia e delle mie esperienze. Talvolta le ho blindate e tante altre invece le ho perdute senza affanni.
In tutto questo come corde di un violino pizzicate, le intensità che di volta in volta invece si impossessano di me io le rilascio sotto forma di altre note e di tremori. Condizionato da quell' alveo di realtà che ho abbandonato, e concentrato soprattutto su quella parte di sogno che affiora laddove lo spazio empirico cede il passo all' effimero ed al creativo, e dove altri suoni vanno a mescolarsi a quelli miei, fra quei toni avvolgenti che lentamente poi si placano rilasciandosi ad una realtà che ora ritorna mutata e ricomposta in tutti i suoi molli tasselli umidi di tempo andato.
Corrimano come scivoli ed assestamento fra le gravide mutevoli crisalidi che sbocciano liberandosi in farfalle. Così i pensieri miei abbandonano distrutti per poi raccogliersi dentro quei battiti di ali colorate che mi spingono fra le onde e che allontanano. Crogiola in una nicchia di marea che lo accompagna, dentro saliva e custodia ovattata rapprende per poi filare dolcemente della seta che si fa tessuto tutta insieme.
Semplice inclinazione al possesso ed all' esperimento dove la materia e' il pensiero e che non ha sostanza. Spessori e clima, dentro canicole di lucide cuti ed in pensieri stantii che si ribellano, vuoto il mio sacco al cospetto di chi lo sta sciogliendo e che mi scioglie.
Vomita fuori idea come sorgente e come sotto il sole evapora, ricorda il ghiaccio sofferente che lo incontra e che non lo sconfigge. Un' idea, intoccabile ed impeccabile, finalmente chiusa dentro i confini di uno scritto e che con questo caldo la abbandona e al tempo stesso la imprigiona. Scivola via una nuova idea dentro quel recipiente che raccoglie molli tessere di un domino finito e da ricostruire. Le curve son raccolte ed ogni irregolarità, ciascuna critica, evapora di nuovo come fosse il nulla e dunque al nulla mi abbandono anch' io col muro che ho dentro, fr ai miei pensieri e fra le cose che ho deciso di tenere in mezzo a tutte le altre andate via.
Roberto De Sanctis - All Rights Reserved
25/06/16
Pagine di un libro chiamato Vivere.
Più facile andare via, allontanarsi. E' sempre più facile. Come non vedere ed ostinarsi a non voler vedere. Eppure gli input, i segnali, talvolta sono così evidenti da far apparire un individuo quasi comico nella sua assurda ostinazione. Come un mendicante che raccoglie pietre e vuol donargli forma appare artista, oppure che pietendo porge il palmo di una mano vuota nell' attesa di qualcosa, e ci fa pena.
A correggere e filtrare quell' idea che si ha degli altri siamo sempre e solo noi, mentre negli altri, curiosi artisti celati oppure penosi mendicanti, si disinteressano dello schema e delle linee che irretiscono il nostro cervello e che ci fanno giudicare. Volumi rigonfi e strane ellittiche fobie, nascoste dentro le più aride certezze e dietro la moneta. Quello che abbiamo ci basta quasi sempre per serrare noi stessi e ci divincola dall' effettivo essere per chiuderci dentro dannose ed evanescenti routine. Uno schema che si spezza e che ci lascia abbandonati all' ovvio della superficie senza assaggiare quel nettare racchiuso nell' adorabile insolenza di un insistere. Senza motivi apparenti, anche tacendo, ma conclamando vicinanza e solida costanza a chi va via anni luce dalle siepi dolci di un' alcova che rimane abbandonata.
Abitano in lui tutti quei dubbi propri di chi vuole risposte e che le sa ascoltare. Disintegra le sicurezze per cospargerne di ansiosa novità e succosa essenza. Porre rimedio e' quasi sempre vocazione utopica, ma ritornare e avere ancora quel coraggio di rivivere nell' esatta maniera lo sorprende, fino a fargli assaporare ancor di più ciò che in se stesso voleva andare via senza mai essere filtrato.
Cicli. Pagine di un libro che chiamato vivere. Tutto appare così rotondo e senza ledere a nessuno, non si spezza nulla che non voglia rompersi davvero. Come curve dolci ci intarsiamo dentro un legno fragile per poi sortire effetti che lo spaccano. La segatura chiara sembra scarto, ma alla fine di quei vortici, raccolta, isola da tutto il resto ed alimenta. La dispersione e' come una vanesia coscienza che si perde dentro meandri incomprensibili di pure convinzioni. E aspetto, andando via per poi tornare indietro, che nelle mie insistenza si affievolisca il tono degli elogi a ciò che e' familiare, facendo invece emergere tutto quel dubbio per la strada sconosciuta e che si mostra.
E' un abito ad hoc per la serata giusta, dove la gente giusta beve bene e con educazione si cimenta in un bisbiglio raffinato che non duole mai a nessuno. Ma al contempo e' vuoto, come l' androne di un castello caduto in disuso dove le ragnatele si sono impossessate di quei teli bianchi che coprono il mobilio per non farlo rovinare. Passeggiandoci attraverso affiorano quegli antichi suoni conviviali dove amanti ed amate cercavano riparo sulle scale e dove invece amanti del bicchiere si affogavano nelle più concrete tazze che svuotavano le botti alla cantina.
Lamina di un tempo andato che ritorna con equidistanti voglie ed altrettante soluzioni. Dove tutto resta la stessa cosa perpendicolare al tempo e dove un quasi sogno ci racconta di quella realtà che fu, donandoci più soluzioni per lo stesso identico quesito.
Nastri di lana e seta adesso avvolgono quello che e', serrandolo e impedendogli di andare via, mentre spumose nuvole di passato affiorano con i profumi e con i suoni mescolandosi a tutto quel costrutto che non si e' voluto abbandonare e che caratterizza.
Ermetiche chiusure che deflagrano facendo esplodere tessuti e ragnatele, rivolgendo al tempo l' immediata spinta di quell' esperienza che non se n' e' andata. Imbuti di un presente dove affondano certezze e affinità per convogliarsi dentro la clessidra dell' essenza e di un' altra attualità che va scoprendosi come interpretazione. Mescola di spasmi ed emotive digressioni su di un tempo che soltanto adesso ci accorgiamo ci attraversa, al netto di una follia mai raccontata, e di tutte quelle insane voglie che lasciamo lì in un angolo a lasciar passare vita nell' attesa che altri cicli ci ricordino che sono andate via in modo diverso da come volevamo.
Roberto De Sanctis - All Rights Reserved
16/06/16
Sulla strada per Sheki.
Passata la buriana placa il vento e torna ad ascoltare quel che di se ha lasciato a terra. Raccolto fra le frange di un benessere che lo pervade schiaccia dei bottoni per accedere alla linfa nuova che gli scorre al fianco e che lo irrora. Nuvole si aprono come cerchi facendo piovere fasci di luce sul terreno e dal terreno un' ombra affiora dove gemiti sono inghiottiti da radici spesse e da fangose masse di corteccia. Fiele e velenosa iattura quell' idea che cavalca mentre una nuova giungla di pastelli si dipinge tutt' intorno. Meccanica scissione fra le colline di fango e quelle basi, così liquide che sotto il peso delle stesse collassano per divenire sfera con un nuovo anello al centro. Alberi di parrozia sorreggono legando a loro un falsopiano che altrimenti annegherebbe sotto l' incedere di quel calore fuso. Fuochi fatui pronti ad esplodere alimentano fiammelle che, come lucciole, di notte illuminano indicando ostacoli, e negli stessi fra un color arancio e l' altro, e il rosa, e arancio ancora, trova la forza di correggere il cammino e la benevolenza del terreno che lo aiuta a non cadere. Pendii scoscesi attendono, mostrando la diversità in una ricchezza unica. Macchie di neve e guano, rimane a contemplare il cuore di quell' opera che adesso asciutta si diffonde. Colori colano come il vapore di uno strano magma che si sposa con il mare, e nello stesso strano mare atipiche reazioni e continue ricerche permettono al contempo di sfruttare e conservare tradizione come fosse dei millenni un indice raccolto in un sottile tomo. Selve del fiume Kish, affacci di molteplici terrazze fra le veglie di una caccia che si sta per consumare. Mescola il risveglio e il fiato di radura mentre l' alba scioglie e affumica quel caravan serraglio dove viandanti e cavalieri si risvegliano per allungare i rispettivi viaggi.
Piccole tessere di vetro colorato, l' una nell' altra senza che a legarle sia alcunché. Tasselli del tempo spezzati fra una notte e un giorno, fra un millennio e un altro, ad affermare con mano sapiente che l' arte del Palazzo di Sheki e' un albero di dura parrozia anch' esso, ed e' volto non a farsi ammirare, ma a riaffermare, ove chi osserva lo comprenda, che attraverso il tempo anche uno sfortunato naufrago può ritrovare un' isola che gli dia asilo. Quesiti o risposte, oppure entrambi. Attraverso religioni ed incontri, fra stoffe, scambi commerciali e di culture, siamo nell' esatto punto dov' e' passato tutto, ed in quel tutto ora riposa il convincimento che pur se navigato o camminato a lungo nelle verdeggianti praterie di un limbo fra cime innevate, esiste un Eden di confronto e comunione. Pietre come tante e culla al contempo, terra remota eppure prima ad essere calpestata dall' umano divenire. Appaga nelle immagini e nelle richieste ridondanti che alla fine si pretendono. Come una conca di resine lasciate a riposare, il tempo gli passa attraverso brandendo la scure dell' immobilismo, quasi a giocare od uno scherzo o un tiro a chi lo fa passare. Esercizio all' azione ed alla guerra, eppure una pacifica soluzione fra le fronde agitate che raccontano di melograni e di pugnali. Dove i clan, oppure la famiglia sono in cima ad ogni cosa e come tante sorgenti esplorano nella purezza il manto di un concetto che più lento li attraversa. Nebulosa fatalità e nemmeno il tempo di un tè immaginato. E mentre osserva tutta quella bolgia di colore, ironia di una sorte che doveva prevedere, non si accorge che dov' era fermo il tempo in realtà già se n' e' andato. Altra vittima di una staticità che lo possiede e muove.
Roberto De Sanctis - All Rights Reserved
15/06/16
La passione dei primordi.
E se mi leggi lo capisci che stasera penso a te. Anche se non ti ho mai toccata come avrei voluto e come avrei dovuto. Ci sono cose che rimangono dentro custodie spesse come gli anni e si conservano dentro il calore che monta pensandole di tanto in tanto.
Una di queste sei tu, donna insolente che mi sei apparsa come fossi concubina. Hai avuto il cuore di chi osa senza averne il fegato. Ti avrei guardata aggredendo i tuoi capelli per raccoglierli nella mia mano, e questa e' la sera adatta per tutto quello che fra la testa e l' assoluto isterico abominio della parte pubica adesso mi sovviene.
Un collo da leccare e da odorare, con le rotondità di una chiglia esposta come quando la nave e' in rada, con tutte quelle fasce lucide che mi facevano desiderare di arrivare a morderle mentre con l' altra ad esplorare le fattezze delle carni e assaporarne al tatto il palmo e il dorso mi eccitava.
Sagoma da sovvertire e possedere. Agitarsi e poi concedersi, ma lentamente, abbandonando forme e ferendosi di liquido calore e desideri fra le frange di un attonito tremore muscolare.
Scosse, tante piccole scosse, che come cime e vele, ora schiave del vento tirano una nave senza timoniere né timone. Ma quell' idea di starti fra le cosce ancora non va via, di assaporare il gusto di una pelle lucida che ancora mi tortura, immaginando cosa sarebbe se in quel contesto avessi agito come suggerivano gli eventi e non com' era ragionevole pensare.
Persa nei meandri di un bon ton che non ho mai avuto e' oramai la ragionevolezza. Ciò che resta e' un odore che ricordo appena, di quando ti fermavi e quando quel lurido abbraccio aveva il tempo di scrollare dalle mie pulsioni il ribollire del mio sangue. Durava qualche attimo di più, giusto il tempo per concedermi di separare ancora quel labile inutile spessore fra la pelle e il sangue che mi corre dentro accelerato.
Cingerti a me se ti divincolavi per andare. Tenerti fra le braccia fino a farti cedere, fissandoti negli occhi cercando di spegnere il riflesso con quel fuoco che lo sguardo masticava.
Tutto il tuo corpo finiva per abbandonarsi. Mentre ti voltavo per aggiungere ai nuovi pensieri ancora brace, ti prendevo il collo, stringendolo il giusto fra le quattro dita e, misurandolo col palmo della mano, mentre toccava al pollice percorrere volgarmente ed in maniera grave il perimetro della mandibola, anche lei abbandonandosi piano alle mie cure.
Io la scrutavo bene, aspettandone un' esplosione che con il freddo soffocava nuvole di soffice respiro, mentre dal fianco destro, che avevo imprigionato nella morsa per far aderire bene le rotondità del tuo eccitante culo al mio sesso, d' un tratto abbandonava per salire, il dorso della mano, e sperimentato il fianco si voltava divenendo palmo sulla pancia e poi sul seno.
In quel momento anche l' immaginifico ricordo voleva andare via, perché tenendo nella mano e palpeggiando la rotonda ghiandola, sentivo il cuore tuo aumentare i battiti, e quasi esploso ricacciava dentro con torsioni e spasmi il tuo torace, mentre il respiro ti buttava avanti favorendo ancora una migliore conoscenza fra le mie protuberanze e le tue natiche.
Ed e' così che in una frenesia di movimenti schizofrenici cercavo di rimpossessarmi, istante dopo istante, di quell' anca che a tratti continuava a dimenarsi tentando di sfuggire, per poi concedermi un altro passaggio sull' erotica pancia e sulle tue tette, sfruttando tutti i tuoi attimi di cedimento, e cercando di sfiancarti al meglio per portarti nella stessa area di passione dove ero fermo pazientemente ad aspettare che arrivassi.
Analizzando con dovizia di particolari l' esatta forma, le dimensioni, l' eventuale differenza e l' adorabile quesito della forma del capezzolo, contando poi di ritornarci ripetutamente in seguito, non potevo non ammirare i riottosi movimenti del collo, oramai braccato, e il conseguente veleggiare della tua straordinaria profumata chioma.
Ammiravo tutto della donna che sei, con vergognosa maleducazione mi volevo prendere ciò che il desiderio mi aveva spesso frammentato fra la testa e il sesso. Scioglieva liquidi e li scioglie ancora, quando io ti penso, e in un istante la mia mano corre ancora dentro le tue gambe.
Trattando tutto l' accaduto e l' insuccesso come fosse distante in maniera assoluta da tutto il resto, mi sono disegnato un angolo di sudicia passione che mi lega a quella selva di ricordi che ho tentato di sopprimere anche a lungo, pur senza riuscirci. L' ardire di quel frenetico movimento e la mia lingua che assapora, e la tua, tutti quegli angoli di pelle bianca, continuano a lasciarmi dentro uno scrigno di desideri inconfessabili nel quale e' superfluo riflettere, uno scrigno dove tutte le regole appassiscono e fuggono via al cospetto di una selvaggia primordiale percezione dell' altra, dentro e su di me.
Sei stata tutto anche nello spazio dove non sei stata. E se non ci fossi stata non sarei nulla di ciò che adesso sono. Non e' un fiume in piena a sommergere, ma quelle scosse energiche di voglie indicibili che si accompagnano a nottate dove ciò che non e' detto pesa più di mille dighe e ci sconfessa. Quello si, ci sommerge fino a farci annegare in un oblio distante anni luce dal bon ton e dalla buona educazione. E' in quello stesso oblio dove, io credo, si annida la passione dei primordi: quella che tutto permette, quella che tutto perdona, quella che tutto ottiene.
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